Tiziano Scarpa / Roberto Ferrucci

Serve allenamento per diventare scrittori? Intervista a Ferrucci e Scarpa

“Oggi saper scrivere senza stufare chi legge è sempre più essenziale: nel lavoro, nello studio, nei rapporti personali. Questo laboratorio ti servirà a scrivere meglio, cioè a migliorare un aspetto essenziale della tua vita”. Con questa promessa Roberto Ferrucci e Tiziano Scarpa presentano i laboratori di scrittura che conducono a Ca’ Foscari. Gli ultimi due corsi sono ‘migrati’ sulla piattaforma Google Meet, causa pandemia, ma senza disattendere le aspettative di studenti e neolaureati che si candidano in massa a ogni edizione. 

Gli appuntamenti sono ideati e realizzati all’interno del progetto CFZ- Ca' Foscari Zattere - Cultural Flow Zone.

Abbiamo 'incontrato' i due scrittori veneziani per avere qualche anticipazione e qualche suggerimento utile a chi vuole intraprendere 'un percorso dentro la propria scrittura'.

Serve allenamento per diventare scrittori? Quali sono gli ‘esercizi’?

TIZIANO SCARPA: Prima cosa: leggi tanto. Seconda: leggi tantissimo. Terza: leggi di più. E scrivi ogni giorno. Anche senza paura di imitare. Prendi un racconto che ti ha emozionato e ricopialo da cima a fondo, per spiare dall’interno i suoi segreti: sì, ricopia proprio parola per parola, meglio se a penna. E addestrati alla differenza fra resoconto e immaginazione, fa’ entrambe le cose. Però, attenzione, questo laboratorio non vuole mica creare “scrittori”. È già molto se ne escono cittadini e cittadine più consapevoli del potere della parola scritta. Direi che si ricollega idealmente all’antico studio della retorica; un tempo era un aspetto fondamentale della formazione.

ROBERTO FERRUCCI: Tutto quello che ha detto Tiziano lo sottoscrivo. Aggiungo che ciò che resta alla fine dei nostri laboratori a ciascun partecipante è di avere fatto un percorso dentro la propria scrittura. Attraverso i testi che gli chiediamo di scrivere ciascuno fa un lavoro di setaccio delle proprie parole, come i cercatori d’oro, e alla fine restano quelle particelle brillanti, piccole, certo, ma che gli consentiranno, se lo vorranno, di continuarlo quel percorso. Un percorso che per alcuni, forse, durerà tutta la vita. 

“Scrivere senza stufare chi legge”: quali sono i principi chiave da tenere a mente?

T.S.: Vai all’osso. Evita i preamboli. Allenati a cambiare ritmo, che non significa scrivere solo frasi brevi, ma gestire diverse velocità: acceleri, dilati, ti slanci, fai un taglio brusco. Evita le astrazioni; prendi un sostantivo astruso, sbuccialo con un coltellino, togli il prefisso, il suffisso e la desinenza: lì dentro c’è un verbo polposo, un nerbo: liberalo, fallo agire! Ah, e poi non fidarti della prima stesura: spesso è arzigogolata. La spontaneità è cervellotica.

R.F.: Sì, nessun giorno senza una riga, per citare un bellissimo libro di Juri Oleša. E visto che ai nostri laboratori ci sono molti studenti di lingue, io suggerirei anche di fare delle piccole traduzioni, prendere dei passaggi che ci hanno colpito e tradurli nella propria lingua madre. Oltre a un potenziale mestiere, è soprattutto un formidabile esercizio per la propria scrittura. 

Il vostro laboratorio è molto pratico. Cosa vi colpisce, di solito, nei lavori degli studenti? 

T.S.: All’inizio alcuni sono piuttosto rigidi, come se per scrivere dovessi vestirti in abito di gala per prendere un cappuccino al bar. Il risultato è che ti senti a disagio tu e metti a disagio chi ti legge. Circola ancora un’idea iperletteraria della scrittura: che è un buon segno, perché denota rispetto per la tradizione, ma può creare malintesi e stili un po’ goffi. Con un’accorta terapia shock si sciolgono presto. Sai, ci aiutano moltissimo gli esempi dei grandi. Essendo all’università, non ci neghiamo nulla, ci facciamo dare consigli da Leopardi, Swift, Šklovskij, Simone Weil, McLuhan.

R.F.: È quella che io chiamo “la sindrome del tema in classe”, della bella pagina, che appunto va abbellita, e come lo fai? Aggettivi, aggettivi, aggettivi. Le classiche scorciatoie, e le pagine che ne escono sono come quel gianduiotto che scarti dopo averlo tenuto in tasca. Non mi basta che mi si scriva “Lei ha dei bellissimi occhi”, bisogna sforzarsi a mostrarli, quegli occhi. Solo così il lettore non ti abbandonerà. 

Cambia qualcosa tra i laboratori in presenza e da “remoto”?

T.S.: Chiaramente sì. Per esempio, in aula a volte ho un approccio teatrale, impersono fisicamente i testi, mi muovo nello spazio per mostrare le energie della sintassi. D’altronde, avere a disposizione solo uno schermo fa aguzzare l’ingegno per trovare altre soluzioni didattiche. E ho l’impressione che da remoto ci sia più concentrazione, un’attenzione più intensa. Uno strumento che avevamo già usato, un blog “privato”, cioè accessibile solo agli iscritti, in queste settimane si è rivelato utilissimo: i partecipanti si sono scambiati centinaia di commenti e recensioni ai loro esercizi.

R.F.: Il remoto va bene come alternativa, ovviamente, come necessità. Noi siamo partiti subito a inizio marzo, e per come sono articolati i miei incontri, vale a dire lettura dei testi in classe e commento a voce da parte degli studenti stessi e mia, è cambiato poco o nulla, non ho notato grandi differenze da questo punto di vista. Al contrario, le assenze si sono quasi azzerate, e abbiamo avuto modo di fare anche qualche incontro in più su base volontaria, grazie all’agilità del mezzo e alla dilatazione dei tempi cui la quarantena ci ha costretti. Infine, anche chi stava già studiando a Ca’ Foscari da lontano, attraverso il Moodle, ha avuto l’opportunità di provare il nostro laboratorio. Poi, non serve che anch’io sottolinei la forza della presenza, del vis à vis. Ma non scherziamo: solo qualche anno fa questo lockdown ci avrebbe isolati davvero in casa: ogni attività sarebbe stata interrotta del tutto, in particolare quella didattica.

Secondo l'Istat in Italia leggiamo sempre meno. Nel 2016 ci sono stati oltre 4milioni di lettori in meno rispetto al 2010 e 33 milioni di persone non hanno letto neanche un libro cartaceo in un anno. Come lo spiegate voi, da scrittori?

T.S.: Leggiamo meno libri, forse, ma ingurgitiamo tantissimo alfabeto che gronda dagli schermi. La mente si sta abituando al fatto che la parola non è statica, come sulle pagine dei libri, ma interagisce attivamente con le immagini e può essere “sfondata” da un link. È un sommovimento enorme che la nostra epoca ha provocato in un elemento primario dell’esistenza, la parola scritta. I libri possono sembrare oggetti tecnologicamente obsoleti. Ma, come sempre, essere superati è un bene, aiuta a comprendere meglio cosa sei e a che cosa servi.

R.F.: Pare che durante questa fase di isolamento, la gente abbia letto di più. Io credo che siano aumentate le letture di chi già leggeva prima, ma temo non si siano conquistati nuovi lettori. Meno del 40% degli italiani legge almeno un libro all’anno. È una sciagura, e lo si vede nell’andamento complessivo del Paese. Tiziano è ottimista, io quando viaggio o mi sposto vedo pochissima gente leggere sui display dei supporti tecnologici. Ne vedo un sacco che gioca, che guarda video, oppure li vedo leggere tutte quelle fake news di due righe che si trasformano in verità assolute. Pensiamo a tutti i complottisti che si sono moltiplicati in questo periodo. Ingurgitare alfabeti a vanvera può provocare intossicazioni linguistiche irreversibili per le nostre menti. 

Una curiosità: cosa avete letto durante il lockdown?

T.S.: Per la verità sono rimasto attaccato alla rete a svariare sui siti internazionali. In queste settimane ero molto concentrato, ho scritto tanto.

R.F.: Vale anche per me. Mi sono ostinato a tenere un diario, cosa che non sono mai riuscito a fare in passato con costanza. Spero un giorno mi serva come taccuino di appunti per un racconto o non so. L’ho consigliato anche ai nostri studenti. Abbiamo vissuto un momento storico, epocale, provare a fermarlo con le nostre parole l’ho ritenuto un dovere da parte di chi scrive. 

Non so se possiamo dire che c’è un’età per ogni libro, ma cosa consigliereste in questo momento a chi è nella fascia 20-25?

T.S.: Fra gli antichi, Senofonte, Catullo e Luciano di Samosata. Fra i moderni, Il rosso e il nero di Stendhal. Nel Novecento, Il maestro e Margherita di Bulgakov e qualsiasi cosa di Clarice Lispector e Anna Maria Ortese. Fra i contemporanei, Antonio Moresco, Yasmina Reza, Aristofane e Archiloco. Per chi vuole scrivere romanzi, suggerisco L’arte del romanzo di Milan Kundera e Menzogna romantica e verità romanzesca, di Réné Girard.

R.F.: In questi anni di laboratori di scrittura universitari, alla facoltà di Lettera di Padova dal 2002 e ora a Venezia, ho notato come gli studenti leggano pochissima narrativa italiana contemporanea. Proprio poca, e fatico a capacitarmene da parte di chi, fra loro, ambirebbe a diventare scrittore. Bisognerebbe leggerne almeno soltanto per capire cosa si sta pubblicando e dove, eventualmente, posso collocarmi io che sono alla ricerca dell’esordio. Noi ne ingurgitavamo a decine, ma lo so, questo è un discorso da vecchi. 

Progetti per il prossimo laboratorio?

T.S.: Siamo alla terza stagione, questo è il sesto o settimo laboratorio che facciamo, se non sbaglio (per non parlare di Roberto, che insegna sistematicamente scrittura da almeno vent’anni). Abbiamo un percorso collaudato, ma prendiamo in considerazione le richieste di chi frequenta. È molto bello sentire quali sono le aspettative: c’è chi vuol fare lo sceneggiatore, chi vuole imparare a scrivere comunicati stampa; chi sfida le opere d’arte per renderle vivide anche a parole; chi vuol diventare traduttrice e desidera soppesare accuratamente il lessico; chi ha già tre romanzi nel cassetto ma non ha mai dato da leggere una riga a nessuno… Potessimo accontentare tutti!

R.F.: Pareillement, si dice in questi casi in francese. Cerchiamo di offrire quel che possiamo, ma una cosa posso dirla per esperienza: lavorare con questi ragazzi (anche se dovrebbero leggere più di quanto fanno) è davvero entusiasmante.


Roberto Ferrucci (Venezia, Marghera, 1960), scrittore, ha pubblicato il romanzo Terra rossa (Transeuropa
Edizioni, 1993); Giocando a pallone sull’acqua (Marsilio, 1999); Andate e ritorni, scorribande a nordest (Amos Edizioni, 2003); Cosa cambia (Marsilio, 2007), pubblicato anche in Francia da Seuil con un’introduzione di Antonio Tabucchi. Vive a Venezia, anche se gran parte della sua attività di scrittore si svolge ormai in Francia. Insegna scrittura creativa nelle Università di Padova e di Venezia, oltre che a Parigi e Lille. Ha scritto un romanzo, Ces histoires qui arrivent nel quale ha provato a raccontare lo scrittore Antonio Tabucchi, per ora pubblicato solo in Francia (La Contre Allée, 2017). Nel 2019 pubblica Venezia è laguna (Helvetia Editrice) per la collana Taccuini d’Autore. Per Antiga Edizioni dirige la collana di libri digitali Collirio, che ha fondato insieme a Tiziano Scarpa. È il traduttore italiano di Jean-Philippe Toussaint e di Patrick Deville. Scrive su Il Corriere della Sera, il Manifesto e Le Monde.

Tiziano Scarpa è nato a Venezia nel 1963. Tra i suoi libri, Occhi sulla graticola (Einaudi 1996 e 2005), Amore® (Einaudi 1998), Venezia è un pesce (Feltrinelli 2000), Cos'è questo fracasso? (Einaudi 2000), Nelle galassie oggi come oggi (con Raul Montanari e Aldo Nove, Einaudi 2001), Cosa voglio da te (Einaudi 2003), Kamikaze d'Occidente (Rizzoli 2003), Corpo (Einaudi 2004 e 2011), Groppi d'amore nella scuraglia (Einaudi 2005 e 2010), Batticuore fuorilegge (Fanucci 2006), Amami (con Massimo Giacon, Mondadori 2007), Comuni mortali (Effigie 2007), Stabat Mater (Einaudi 2008, premio Strega 2009), L'inseguitore (Feltrinelli 2008), Discorso di una guida turistica di fronte al tramonto (Amos 2008), Le cose fondamentali (Einaudi 2010 e 2012), La vita, non il mondo (Laterza 2010). Dall'inizio degli anni Novanta a oggi ha scritto una quindicina di testi per la scena e per la radio, tutti rappresentati, fra cui: Comuni mortali (Effigie 2007); L'inseguitore (Feltrinelli 2008); L'ultima casa (Transeuropa 2011); La custode (in New writing Italia. Dieci pezzi non facili di teatro, a cura di Rodolfo di Giammarco e Martina Melandri, Editoria e spettacolo, 2011), L'infinito (Einaudi 2011). Nel 2013 ha pubblicato per Einaudi, nella nuova collana digitale dei Quanti, Lo show dei tuoi sogni (disponibile anche nella versione con musica di Davide Arneodo e Luca Bergia dei Marlene Kuntz). Sempre per Einaudi ha pubblicato Il brevetto del geco (2015), Il cipiglio del gufo (2018 e 2020) e la raccolta di poesie Le nuvole e i soldi (2018). Scrive su ilprimoamore.com. (Fonte: einaudi.it)

Federica SCOTELLARO