Contamination Lab Food: didattica innovativa ai tempi del lockdown

L’edizione 2020 del Contamination Lab Food era cominciata sotto i migliori auspici: 51 studenti e laureati selezionati dalle lauree dell’Università Ca’ Foscari e dal Master in cultura del cibo e del vino di Challenge School partecipanti al laboratorio; delle aziende che hanno colto con entusiasmo la sfida di provare a ripensare il Made in Italy del cibo e del vino insieme agli studenti e al team del Clab (Pasta Fracasso, Bortolomiol Prosecco Superiore Valdobbiadene, Vanina Farmer, Valsana Srl, Smarties.bio.); un programma ricco di momenti di confronto e incontro, in cui studenti, imprenditori, docenti dell’Ateneo avrebbero ragionato, per otto settimane, sul cibo come comparto economico, come tradizione, come ponte verso altre culture e altri paesi.

La cifra distintiva del Contamination Lab è sempre stata questa: creare, per otto settimane, una comunità in cui i tradizionali ruoli (studente, professore, imprenditore, manager, esperto) vengono meno e in cui si mettono in discussione assunti dati per certi al fine di creare l’innovazione. Insieme. In spazi “diversi” rispetto alla classe tradizionale. Esondando dai confini dell’università e andando nel mondo a capirlo per poi riportarlo a quella comunità che ne farà un buon – creativo – uso.

Il laboratorio, una iniziativa che mette insieme educazione all’imprenditorialità e innovazione aperta, parte dell’Italian CLab Network, rete nazionale dei Contamination Lab finanziati dal Ministero dell’Università e della Ricerca, come molte altre attività dell’Ateneo ha dovuto ripensarsi in corsa dal 9 marzo, in seguito al lockdown deciso dal Governo per porre un argine alla pandemia da Covid-19.
Tutte le attività didattiche di Ca’ Foscari e delle università italiane hanno incassato un duro colpo: imparare e innovare sono questioni di relazione, di vicinanza anche fisica che consente di condividere informazioni che possono essere verbalizzate e tutto il “non detto” che spesso fa la differenza.
Una formula ad elevata intensità di relazione e di collaborazione in team come il Contamination Lab, tuttavia, rischiava di risentirne drammaticamente: nel laboratorio le lezioni frontali standard sono pochissime, si impara facendo, confrontandosi, muovendosi lungo otto settimane di scoperte fatte insieme, sotto la guida di esperti di contenuti – il food in questo caso – e di metodi, dal Design Thinking alla ricerca sociale e di mercato.

Durante le otto settimane di corso gli studenti si cimentano in attività che presuppongono la vicinanza in aula – sessioni di brainstorming, di ideazione di soluzioni innovative – e la frequentazione di sedi di imprese, contesti in cui i consumatori e gli operatori si ritrovano – fiere, negozi, piazze – al fine di fare interviste e immergersi nel contesto per il quale progetteranno prodotti, iniziative di marketing, servizi innovativi.

A otto settimane dall’inizio, il laboratorio si è concluso con successo: il 24 aprile, i 9 gruppi di lavoro hanno presentato i loro progetti alle aziende partecipanti, alla giuria composta da docenti ed esperti. Hanno immaginato, i nove gruppi, soluzioni originali per promuovere nuove occasioni di consumo delle tipicità italiane, per propagare attraverso mezzi nuovi e meno nuovi la cultura del cibo Made in Italy. Food box associati a campagne social, soluzioni innovative che consentono veri e propri viaggi olfattivi nel made in Italy del cibo, comunità di consumatori/cuochi casalinghi e molto altro ancora: la ricchezza e varietà dei progetti proposti ha colpito le imprese partecipanti e la giuria.

Ad aggiudicarsi il premio finale – un percorso di accelerazione che porterà il progetto a fare impresa attraverso la preparazione di una campagna di crowdfunding – è stato il gruppo 'My Grandma Spoon': una piattaforma online capace di accoppiare nonni e giovani interessati a scambiarsi conoscenze inerenti la preparazione del cibo italiano. Una comunità online e offline con chiare potenzialità commerciali ma anche sociali (vincere il problema della solitudine a cui sono costretti spesso gli anziani).

L’emergenza sanitaria ha generato in prima battuta lo sgomento e reso incerto lo svolgimento del laboratorio. In pochi giorni tuttavia, le insicurezze sono diventate occasioni per sperimentare forme nuove e diverse di fare didattica e collaborazione. Il team del Contamination lab ha decostruito e ricostruito online un modo di fare didattica apparentemente non conciliabile con la distanza e con il virtuale. La presenza, ovviamente, è insostituibile. Tuttavia la digitalizzazione accelerata e forzata del laboratorio ha permesso di imparare alcune lezioni.

La prima: non è vero che la didattica online è alienante e nemica della partecipazione. Gli strumenti usati – tra cui, software di videoconferenza come Gmeet, sistemi di gestione dei documenti come Moodle, canali social – sono, come tutti, neutri: sta a chi li usa piegarli ai propri obiettivi. Divisi in gruppi, seguiti da dei mentori in continuo contatto con loro e con il resto del laboratorio, i team di studenti hanno saputo collaborare quasi come se fossero stati in presenza. Se possibile, la distanza e l’assenza hanno rafforzato una convinzione sempre più forte tra chi fa formazione: insegnare, oggi, ha a che fare con l’animare e curare una comunità, non tanto passare informazioni da un punto all’altro.

La seconda: i nostri giovani hanno saputo inserire nei loro progetti, man mano che la vicenda si dipanava davanti ai loro occhi, considerazioni legate alla pandemia e agli effetti che avrà sulla società, sull’economia, sul consumo di cibo. Durante le settimane di lockdown, all’obiettivo ufficiale del laboratorio se ne è affiancato un secondo, emergente, poco formalizzato: dare un senso a quanto accadeva. Gli studenti lo hanno fatto portando la realtà nei propri progetti, discutendone insieme, cercando di trovare delle soluzioni non solo alle richieste delle imprese ma alle loro ansie e incertezze.

La terza: gli spazi, i grandi assenti di questa edizione, ne escono ripensati. Stando tutti distanti, e lavorando attraverso strumenti di comunicazione digitali, abbiamo capito che imparare, oggi più di prima, passa attraverso un ripensamento radicale degli spazi. Non più file di banchi e cattedre per lezioni frontali. Piuttosto spazi riconfigurabili e malleabili che consentano alle persone di muoversi, confrontarsi cancellare tradizionali distanze e guardare – gli altri e il mondo – da posizioni diverse.

Tornare in aula non sarà uguale a prima. Nel breve termine per il distanziamento sociale che saremo costretti a mantenere. Nel lungo termine, per le lezioni che abbiamo appreso: il futuro della formazione e dell’innovazione non è né interamente digitale, né interamente fisico. Prenderà forma a cavallo di queste dimensioni.

Prof. Vladi Finotto