Universiadi in Germania, da Ca’ Foscari Caterina Logoh, promessa del basket e studentessa di Informatica

Fino al 27 luglio in sei città della Germania si stanno svolgendo le Universiadi, i giochi mondiali universitari, appuntamento biennale per atlete ed atleti provenienti da Atenei di ogni parte del mondo. La delegazione italiana è composta da 219 partecipanti da 50 Università, impegnati nei 15 sport in programma. Lo sport universitario veneziano è rappresentato da Caterina Logoh, alla prova nel basket 3x3, e dal presidente del CUS Venezia, Massimo Zanotto, in Germania in qualità di Vice Capo delegazione FederCUSI.
Caterina, che negli ultimi due anni ha vestito la maglia della Reyer Venezia partecipando alla conquista di un campionato italiano e di una supercoppa, a Ca’ Foscari ha studiato Informatica. Sabato 19 luglio ha giocato i quarti di finale contro la Cina, che ha poi conquistato l’argento, contribuendo a classificare la squadra italiana fra le prime otto nel mondo.
È appena tornata dalla Germania, ma fino a poco tempo fa la si poteva incontrare tra le calli, tra una lezione al Campus e un allenamento sul parquet del Taliercio. Logoh, promessa del basket italiano e studentessa-atleta, ha vissuto due anni intensi in laguna. Ora è pronta a una nuova sfida sportiva con l’Empoli, ma la sua esperienza cafoscarina l’ha aiutata ad unire testa e cuore, calcolo e passione.
L’abbiamo intervistata per farci raccontare la sua esperienza alle Universiadi, com’è vivere da studentessa-atleta, cosa le ha insegnato Venezia, e come immagina il suo futuro.
Come è andata questa esperienza alle Universiadi in Germania?
Difficile da descrivere a parole. È stata un’ esperienza che a 360° mi ha lasciato tanto, sia come giocatrice che come persona. Avere l’occasione di vedere e potersi misurare con i migliori talenti provenienti da tutto il mondo - per non parlare dello scambio culturale fuori dal campo - è già da sé un’opportunità che ti capita poche volte nella vita, se poi ci aggiungi i risultati, ovvero arrivare tra le prime otto del mondo, perdendo solamente contro le squadre che poi sono andate a vincere oro e argento, sicuramente posso solo che essere molto soddisfatta e grata della mia squadra.
Ci racconti brevemente il tuo percorso: da dove vieni, come sei arrivata a Ca’ Foscari e alla pallacanestro ad alti livelli?
Nasco ad Osimo, in provincia di Ancona. Ho iniziato a giocare a pallacanestro a nove anni, seguendo le orme di mio fratello. Ho giocato con i maschi fino ai tredici anni, poi passando per le rappresentative regionali sono riuscita ad arrivare alle nazionali giovanili. Durante le stagioni ho girato un po’ l’Italia da nord a sud cambiando diverse squadre di serie A fino a che l’allenatore della Reyer Venezia, al contempo mio allenatore delle nazionali giovanili, non mi ha reclutato due anni fa.
Perché hai scelto di studiare Informatica a Ca’ Foscari? Cosa ti ha colpito del corso e dell’ambiente?
Ho scelto di studiare Informatica proprio a Ca’ Foscari perché oltre all’ovvio motivo della mia entrata in squadra a Venezia, ero rimasta colpita dalla grande attenzione che l’università riservava agli studenti atleti, partendo dalle agevolazioni ai riconoscimenti di merito. Inoltre, più specificatamente il corso di Informatica conteneva diverse occasioni di specializzazione di studio, tra materie e metodo di lavoro.
Come sei riuscita a conciliare uno sport impegnativo come il basket con un corso di studi come Informatica?
Diciamo che paradossalmente l’uno ha sempre aiutato l’altro. Sicuramente c’è bisogno di molta perseveranza e costanza, perché trovare un equilibrio tra due cose che richiedono molto tempo e attenzione non è semplice, partendo semplicemente dall’ organizzazione della gestione del tempo. Ma con il giusto supporto da parte dell’università e della squadra, è più facile trovare energia nell’affrontare un tipo di impegno del genere.
Hai mai applicato qualcosa imparato nello sport allo studio, o viceversa?
Come dicevo, trovo che lo sport mi abbia sempre aiutato molto ad affrontare la vita in generale, e quando ho intrapreso il mio studio in università ne ho avuto un’ulteriore conferma: si sono presentate nuove difficoltà, dalla semplice gestione del tempo alla più complicata gestione dello stress fisico e mentale, che praticare uno sport ad alto livello e studiare allo stesso tempo comporta inevitabilmente. Mi sono sentita però già abbastanza pronta e organizzata, perché sapevo quello a cui andavo incontro, avendo sempre avuto una vita del genere divisa tra sport e studio. Più specificatamente, il corso di Informatica richiede fin dai primi anni lo sviluppo dell’abilità del lavoro di gruppo e gestione dei compiti, altra cosa che praticando uno sport di squadra ero abituata a fare sin da piccola.
Hai fatto parte della “rete” sportiva universitaria veneziana per due anni parallelamente alla tua esperienza alla Reyer. Cosa porti con te di questo periodo?
Sicuramente è stato un periodo di grande crescita personale: avevo la fortuna di confrontarmi giornalmente con giocatrici di grande talento a scala continentale, e prendere da loro ogni singolo gesto è una delle cose che mi porterò dietro andando avanti. Parlando di carriera universitaria, sono diventata invece più consapevole delle mie capacità, e di come non è un risultato a definire chi studia, quanto tutto il lavoro che c’è dietro per arrivare a tale risultato: osservazione che può essere facilmente applicata anche al campo sportivo.
Com’è stato vivere e studiare a Venezia? Ora che ti sposterai ad Empoli, cosa ti mancherà di più di questa città e della vita cafoscarina?
Venezia è unica in tutto il mondo, mi mancherà tutto. Nonostante io avessi la fortuna di poterla frequentare giornalmente e quindi magari abituarmi alla vita locale e alle viste che ogni giorno la città offriva, ogni volta che camminavo anche solo per andare a lezione non potevo fare a meno di fermarmi per ammirare tutto quello che avevo intorno. Grazie a quello, anche la vita universitaria diventa unica, dalle amicizie ai momenti di studio e quelli di svago, la possibilità di poterli vivere in una città talmente versatile è quello che la rende unica nel suo genere.
Hai qualche aneddoto o ricordo legato alla vita universitaria a Venezia che ti piace raccontare?
Ricordo che una volta ero andata in mattinata perché dovevo dare un esame, e fermandomi in un bar per un caffè ho iniziato a chiacchierare con un signore che viveva in quella via, anche lui lì per un caffè. Ha iniziato a raccontarmi storie talmente interessanti sulla sua vita a Venezia che io ho perso il senso del tempo e mi sono trovata a guardare l’orario e a vedere che ero in ritardo di due ore per l’inizio dell’esame. Sono tornata però a casa leggera, perché l’esame lo potevo rifare, mentre la fortuna di sentire quelle storie raccontate da una persona del posto così naturalmente ero sicura non sarebbe tornata!
Che consiglio daresti a una matricola che arriva a Ca’ Foscari con un grande sogno sportivo (o personale) e ha paura di non riuscire a gestire tutto?
La paura è normale, specialmente se causata da un cambiamento. Cambiare è però il primo passo verso la crescita, e non serve farlo in modo drastico: semplicemente partendo dalle cose semplici, come l’organizzazione della giornata e poi della settimana, sono sicura che una qualsiasi matricola che abbia un sogno tale da volersi mettere in gioco, in quel modo ha le capacità per poter gestire questo tipo di difficoltà, e trasformarle in motivo di crescita e gratificazione personale.
Tre parole per descrivere Caterina oggi.
Fiduciosa, grata, motivata.