L’ultimo dei grandi filosofi del Novecento. Ricordo di Jürgen Habermas
Il 14 marzo si è spento Jürgen Habermas, 96 anni, uno dei più influenti pensatori dei nostri tempi. Esponente di spicco della sociologia critica e docente presso le università di Francoforte e Berkeley, è stato una figura chiave dell'Istituto Max Planck. La sua opera resta un punto di riferimento imprescindibile per comprendere le sfide della modernità e del discorso pubblico.
Pubblichiamo il ricordo di Lucio Cortella, Professore emerito di Storia della Filosofia all'Università Ca' Foscari Venezia, uno dei massimi studiosi di Habermas e suo allievo diretto, che alla profonda conoscenza dell'opera unisce il ricordo vivo di un confronto intellettuale e umano durato decenni.
"Ho avuto il privilegio di averlo come maestro. La prima volta che ci incontrammo fu quasi cinquant’anni fa. Mi ero da poco laureato proprio sulla filosofia di Habermas e avrei voluto andare a Francoforte a studiare con lui. Ma ormai non era più un professore universitario. Si era dimesso nel 1971, in seguito alle polemiche, sorte all’indomani dell’improvvisa morte di Adorno, su chi avesse dovuto dirigere il celebre Institut für Sozialforschung, sede storica della cosiddetta Scuola di Francoforte. A un certo punto gli era anche stata offerta una sorta di condirezione ma il clima non era dei più favorevoli a quella che certamente sarebbe stata una svolta radicale non solo nelle ricerche ma nella stessa concezione filosofica dell’Istituto.
Habermas era stato assistente di Adorno nella seconda metà degli anni Cinquanta, ma fin da subito aveva manifestato una significativa autonomia di pensiero dal maestro. E benché Adorno avesse sempre apprezzato il suo giovane ricercatore, l’avversione nei suoi confronti, manifestata dall’autorevole Horkheimer, gli aveva impedito di ottenere l’abilitazione in quella università, dovendo cercare altrove (a Marburgo e grazie a Wolfgang Abendroth) una facoltà che gliela concedesse. Quella tesi di abilitazione, pubblicata nel 1962 e tradotta in italiano col titolo di Storia e critica dell’opinione pubblica, segnava una radicale presa di distanza dalle pessimistiche diagnosi francofortesi sulla conversione dell’illuminismo in barbarie o dalle celebri affermazioni adorniane sul pervasivo “contesto di accecamento” che rendeva “falsa” la totalità sociale e sottoponeva gli individui a un universale “sortilegio”. In quella tesi di abilitazione veniva piuttosto celebrata la forza propulsiva dell’Illuminismo, la nascita di una sfera pubblica critica nei caffè, nei salotti letterari e nei primi giornali, il germe di una razionalità comunicativa libera, fondamento delle future istituzioni democratiche. Certo, non venivano taciute le distorsioni, le deformazioni consumistiche e i condizionamenti che quel modello aveva poi subito nelle contemporanee società di massa, ma Habermas mostrava come solo in quel nucleo comunicativo critico risiedesse la forza propulsiva dell’emancipazione umana, capace di garantire libertà e giustizia.
Doveva perciò essere evidente fin da subito che Habermas non era un mero continuatore della “scuola” francofortese, ma il distacco sarebbe diventato ancora più eclatante in seguito alla cosiddetta “svolta linguistica della teoria critica”, da lui avviata a partire dal 1970, in cui, abbandonando i classici riferimenti hegeliani e marxiani, cominciava a dialogare con le teorie di Chomsky, Austin e Searle, per poi, con un ulteriore capovolgimento, arrivare sorprendentemente a rifondare la teoria critica della società muovendo da quegli assunti linguistici. Habermas stava dunque delineando un nuovo paradigma filosofico. Da ciò la mia decisione di incontrarlo per rivolgergli quelle che allora ritenevo questioni cruciali.
Ma Habermas non era più a Francoforte. Dal 1971, dopo le dimissioni dall’Università, aveva ottenuto la co-direzione del Max-Planck-Institut di Starnberg, in Baviera, assieme al fisico Carl-Friedrich von Weizsäcker, e lì aveva avviato un programma di ricerche sociali dal carattere fortemente interdisciplinare, cercando di riproporre, in un nuovo contesto, il vecchio progetto horkheimeriano di una teoria sociale fondata sulla collaborazione di molteplici competenze. Nel gennaio del 1978 lo avevo perciò raggiunto a Starnberg. Sarebbe stato il primo di tanti colloqui, pubblici e privati, ma quello che mi colpì fin da subito fu la capacità di Habermas di instaurare un’immediata intesa, priva di barriere, resa possibile dalla sua estrema disponibilità a mettersi sullo stesso piano del giovane interlocutore che gli stava di fronte. Perché per Habermas non contava né lo status accademico né l’età, ma l’argomentazione e l’esposizione delle proprie ragioni. Questo era il suo stile, perché questa era al tempo stesso la sua filosofia, per la quale la “verità” non poteva essere appannaggio di nessuno, dovendo emergere solo dal confronto intersoggettivo degli argomentanti.
Con mia felice sorpresa apprendevo da quel primo colloquio che Habermas, nonostante il suo impegno a Starnberg, sarebbe tornato a fare lezione a Francoforte come professore onorario nel successivo semestre invernale, consentendomi così di seguire i suoi corsi. Non mi resi subito conto quanto quell’occasione sarebbe stata straordinaria, perché in quell’inverno fra il 1978 e il 1979 Habermas avrebbe presentato in anteprima ciò che un paio di anni dopo sarebbe diventato il suo “opus magnum”, la Teoria dell’agire comunicativo. Con quell’opera regolava definitivamente i conti con la vecchia Scuola di Francoforte nonché con l’intera tradizione del marxismo occidentale. Non solo prendeva le distanze dalle demonizzazioni della tecnica ma mostrava che le risorse per l’emancipazione umana (e per la stessa diagnosi critica delle patologie contemporanee) risiedevano nei contesti del nostro mondo vitale e nella razionalità immanente in ogni nostra comunicazione quotidiana. C’è un nucleo normativo, una sorta di “moralità” implicita, che attende solo di essere sviluppata. La modernità l’ha realizzata solo a metà: è la famosa tesi habermasiana sul progetto “incompiuto” del moderno, perché allo sviluppo illimitato della tecnica non è corrisposta una analoga maturazione delle strutture normative (etica, politica, diritti).
Da qui nasce il successivo impegno di Habermas: un’ampia indagine sull’intero spettro della normatività che dall’etica e dal diritto si estendeva ai fondamenti della democrazia fino ai rapporti internazionali. L’istanza critica, di ispirazione francofortese, finì per esser messa da parte, perché nel frattempo egli aveva maturato la convinzione che la coscienza critica non fosse più un privilegio del filosofo o dell’intellettuale solitario, ma vivesse depositata nella sfera pubblica. Da ciò le sue continue sollecitazioni alla politica affinché difendesse fino all’ultimo quello spazio di libertà, da cui dipendeva lo stesso destino delle nostre democrazie, e prendesse quei provvedimenti legislativi necessari a difendere la libertà dei cittadini, il pluralismo delle opinioni, nonché l’autonomia della stampa e degli organi di informazione.
Pe tutta la sua vita Habermas è rimasto legato a quell’idea di libera comunicazione che aveva così ben individuato nella sua tesi di abilitazione e che poi praticava lui stesso ogni qual volta doveva esporre le sue teorie. Non gli interessava minimamente essere elogiato, né tantomeno celebrato (da un certo momento in poi aveva rinunciato a ricevere lauree “honoris causa”), perché – al contrario – amava le obiezioni e le critiche, nelle quali vedeva sempre il motivo per la rielaborazione delle sue idee. Ricordo come in quel lontano semestre del 78-79 facesse sempre seguire all’affollatissima lezione del mattino un seminario pomeridiano per coloro che intendevano approfondire e dibattere. Ebbene, l’impressione era che quel seminario servisse certamente a noi per comprendere maggiormente quanto avevamo ascoltato al mattino, ma fosse anche per lui un’occasione di mettere alla prova l’opera che stava scrivendo. E così sarebbe stato in tutte le altre occasioni in cui ho avuto la fortuna di partecipare ai suoi seminari, soprattutto quando – terminata l’esperienza al Max Planck nel 1981 – tornò di nuovo a insegnare all’università di Francoforte.
È venuto in Italia in varie occasioni, ma ne ricordo due in particolare, quando fu invitato dal Seminario di teoria critica, che coordinavo assieme a un piccolo gruppo di studiosi italiani. In entrambe le circostanze – la prima a Gallarate nel dicembre 1996 e la seconda a Cortona nell’ottobre 2019, in occasione del suo novantesimo compleanno – la sua preoccupazione era che a discutere con lui ci fosse un gruppo ristretto e selezionato. Sotto questo profilo era molto esigente, ma sempre per il medesimo motivo: confidava in obiezioni e critiche, perché contava sempre di potersene giovare. In fondo, una delle sue tesi principali afferma che in un confronto di argomenti, decisivo non è aver ragione ma fare in modo che emerga il miglior argomento possibile, indipendentemente da chi lo propone.
Nel 2019 il seminario di Cortona fu anche l’occasione per discutere la sua ultima impresa filosofica, uscita pochi mesi prima in Germania: una monumentale Storia della filosofia di oltre 1600 pagine (di cui finora sono usciti in traduzione italiana, editi da Feltrinelli, i primi due volumi), nella quale le radici della ragione occidentale sono ricostruite a partire dal confronto e dal dialogo con le grandi religioni mondiali. Ebbene in quelle due giornate, che per lui furono probabilmente l’ultima occasione di un dibattito pubblico, emergeva straordinaria la forza con cui un grande novantenne rispondeva con pazienza e scrupolosità a tutte le obiezioni che provenivano dai suoi interlocutori.
Il suo lascito spirituale è ancora una volta una lezione di dialogo. Dopo esser stato uno dei pionieri dell’incontro fra la tradizione filosofica europea e quella analitica anglosassone, dopo aver sottoposto la filosofia alla prova delle scienze e aver trasformato la sua stessa impresa filosofica nella continua contaminazione con una molteplicità di saperi scientifici, dopo aver sollecitato in più occasioni gli stati europei – a cominciare dalla sua Germania – a metter da parte egoismi e sovranismi per avviare finalmente una vera federazione, il suo ultimo sforzo è stato quello di aprire un confronto decisivo con la religione, nella quale, da non credente, vedeva tuttavia un serbatoio di risorse normative e motivazionali, di cui le nostre democrazie non possono presumere di fare a meno".
Lucio Cortella