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Intervista a Carl Wieman, Premio Nobel per la Fisica, ospite a Ca' Foscari per una 'Lectio Magistralis'

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Cosa accade quando una delle menti più brillanti della fisica mondiale decide di applicare il metodo scientifico non più agli atomi, ma al modo in cui studentesse e studenti imparano? Ne ha parlato venerdì 17 aprile Carl Wieman, Premio Nobel per la Fisica nel 2001, al campus scientifico dell’Università Ca’ Foscari Venezia nella Lectio Magistralis dal titolo: "Taking a scientific approach to science and engineering education". L'incontro, è stato introdotto dai saluti istituzionali del Prorettore Vicario Antonio Marcomini e presentato dal professor Stefano Bonetti.

Wieman, professore emerito a Stanford e figura di riferimento globale per l’innovazione educativa, non è solo lo scienziato che ha permesso di raggiungere temperature vicine allo zero assoluto per studiare nuove forme della materia. Negli ultimi vent'anni ha dedicato la sua carriera a una missione altrettanto complessa: superare il modello della lezione universitaria tradizionale, spesso basata sul solo ascolto passivo. Il "metodo Wieman" propone di trattare l'insegnamento come una scienza sperimentale. Attraverso l'uso di dati, tecnologie interattive e il coinvolgimento attivo in aula, il Nobel dimostra che è possibile dimezzare i tassi di abbandono scolastico e raddoppiare l'efficacia dell'apprendimento. L'obiettivo è formare non solo esperti, ma persone capaci di pensare e risolvere problemi con rigore scientifico.  Il suo approccio si basa su ciò che la ricerca moderna rivela su come le persone apprendono davvero, trasformando lo studente da spettatore a protagonista di una ricerca attiva.

Ecco come il Premio Nobel ha risposto alle nostre comande:

Lei ha messo a punto un metodo di apprendimento basato sulla partecipazione attiva di studenti e studentesse durante la lezione in un totale rovesciamento di prospettiva rispetto ai metodi tradizionali: quale risultato la soddisfa particolarmente nell’applicazione di questo metodo e cosa secondo lei non ha ancora raggiunto gli obiettivi prefissi?

In generale vedo che questi metodi funzionano: i dati dimostrano che gli studenti imparano di più e hanno migliori prestazioni rispetto ai metodi di insegnamento tradizionali. Una delle sfide più grandi resta l’applicazione al lavoro di gruppo. Questi metodi solitamente prevedono che gli studenti lavorino e imparino suddivisi in piccoli gruppi, e spesso, con un minimo di guida, i gruppi lavorano molto produttivamente. Ma non succede sempre; a volte i gruppi non lavorano bene insieme e l’apprendimento ne risente. Dobbiamo ancora capire meglio come far lavorare bene insieme tutti i gruppi, in ogni genere di contesto formativo.

In una intervista ha detto che “l’istruzione deve aiutare a prendere le decisioni migliori”: da studioso e osservatore del mondo quale delle grandi sfide globali del nostro tempo secondo lei è la più sottovalutata? 

Personalmente, credo che il cambiamento climatico e la necessaria transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili siano la sfida più importante che la società deve affrontare. Si dà di gran lunga troppa poca importanza alla necessità di agire con urgenza in questa direzione.

La presenza femminile in area STEM è ancora minoritaria a livello mondiale: che cosa servirebbe, concretamente, per superare questo gap?

Chi lavora nelle aree STEM può certamente fare molto per rendere queste discipline più aperte e accoglienti per le donne, ma io credo che i passi più importanti debbano essere compiuti dalla società nel suo complesso. La differenza la fanno soprattutto i messaggi trasmessi dalla società su quali siano i settori adatti alle donne. Facciamo l’esempio della biologia e della medicina, settori in cui un tempo c’erano pochissime donne e ora in molti paesi (non tutti) c’è parità numerica, se non una maggioranza femminile. Il cambiamento più grande è stato nel modo in cui la società vedeva la presenza delle donne in quei settori, più che nei settori stessi.

Da ricercatore e insegnante che cosa direbbe ai suoi studenti e più in generale ai giovani che un giorno saranno chiamati a raccogliere l’eredità della società di oggi?

La scienza è fondamentalmente un modo di pensare. Significa usare prove ed esperimenti per determinare che cosa è vero e che cosa non lo è. Gli esseri umani decidono in molti modi se ciò in cui credono è vero, ma la storia ha dimostrato che la scienza è di gran lunga più utile degli altri. Io spero di trasmettere ai miei studenti l’importanza e il valore di questo “pensiero scientifico” nelle decisioni che dovranno affrontare nella vita.

Stefano Bonetti, professore di Fisica della Materia, ha dichiarato: "Ospitare Carl Wieman è un onore che va oltre il prestigio accademico. Abbiamo già iniziato ad applicare i suoi metodi in singoli insegnamenti, con risultati concreti. Ora vogliamo fare il passo successivo: riprogettare l'intera Laurea Magistrale in Ingegneria Fisica secondo il suo approccio, basato su evidenze scientifiche di come le persone apprendono. Per quanto ne sappiamo, nessuno al mondo lo ha ancora fatto su scala di un intero corso di laurea. Carl Wieman ci darà il suo supporto in questa sfida".

Federica Scotellaro