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Una Nakba senza fine: intervista a Francesca Albanese

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«Non siamo di fronte a un evento storico concluso, ma a un processo continuo». Con queste parole Francesca Albanese, Relatrice Speciale ONU sui territori palestinesi occupati, ha aperto il suo intervento a Ca’ Foscari, al Campus di San Giobbe, lo scorso 11 maggio.

L'incontro, dal titolo "Una Nakba senza fine. Economia e diritti violati in Palestina", è stato introdotto dai saluti istituzionali di Anna Comacchio, direttrice della Venice School of Management, e moderato da Francesco Vacchiano, delegato alla Cooperazione internazionale di Ca' Foscari. In un'Aula Magna Cazzavillan gremita, Albanese ha offerto una disamina dei suoi rapporti più recenti (2025-2026), approfondendo i temi dell'economia del genocidio e della tortura sistematica. Invitando studenti, studentesse e corpo docente a «guardare il mondo con gli occhi delle future generazioni», la Relatrice ha ribadito l'urgenza di un ritorno al diritto internazionale come unico perimetro possibile dell'azione politica.

È su una panchina del campus, in un momento di quiete prima dell'inizio del convegno, che abbiamo avuto il piacere di incontrare Francesca Albanese. Un dialogo iniziato all'aperto, dove abbiamo potuto farle qualche domanda. 

Oggi vediamo spesso un uso strumentale, quasi ‘à la carte’, del diritto internazionale per giustificare scopi politici o militari. In questo scenario di ‘camuffamento’ umanitario, quanto è diventato urgente ribadirne l’importanza e il rigore? 

Il diritto internazionale riveste un ruolo fondamentale: se fosse stato osservato, e se i diritti umani, le Convenzioni di Ginevra o le Convenzioni sulla prevenzione del genocidio e dell’apartheid fossero stati rispettati, oggi non ci troveremmo in questa situazione. Esiste dunque un legame inscindibile tra la rigorosa applicazione della legge e la necessaria fine del ciclo dell'impunità. In un momento come questo, in cui si tende a dimenticare che il diritto rappresenta il perimetro naturale dell'atto politico, ogni cittadina e cittadino è chiamato a una profonda presa di coscienza: la scelta oggi è tra lo Stato di diritto e la barbarie della legge del più forte. Se il diritto vale solo fino a un certo punto, finisce inevitabilmente per valere per alcuni e non per altri, anche nel contesto italiano. Io credo che, posti dinanzi al celebre 'velo dell'ignoranza', tutti avrebbero interesse a vivere in una società in cui il diritto sia applicato fino in fondo, sostenuto da una Costituzione forte e protettrice come la nostra. 

A Ca’ Foscari convergono lingue, economia e relazioni internazionali. Guardando alla sua esperienza come giurista e relatrice ONU, quale elemento della sua formazione è oggi più prezioso per gestire contesti internazionali complessi?

Io credo che il 'mattone' fondamentale risieda nella coscienza civica, nella conoscenza e nella comprensione del passato: dalla storia italiana dell'Indipendenza al movimento antifascista, passando per la fine del regime e la resistenza democratica durante gli anni del terrorismo. È una storia densa, che abbraccia la lotta contro la mafia e le altre criminalità organizzate — camorra e 'ndrangheta — così come le battaglie portate avanti ancora oggi da cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici nelle cosiddette 'zone sacrificabili', dalla Terra dei Fuochi all'Ilva di Taranto. Questo è il mattone che ha sostenuto la mia crescita e che si è consolidato insieme alla consapevolezza di quante zone di sacrificio e quante zone d'ombra persistano, ancora oggi, nella nostra memoria collettiva. Ciò che accade in Italia trova risonanza nella comunità internazionale, dove zone di profonda ingiustizia rendono il Diritto uno strumento nelle mani di pochi 'predatori', per citare l'efficace definizione dell'ultimo rapporto di Amnesty International. Io credo che la Palestina sia al contempo la ferita e la bussola morale del nostro tempo; essa ci rivela l'esistenza di un nemico comune che, per quanto la frase possa infastidire, non è un singolo Stato, bensì un intero sistema. È un apparato che ha armato Israele, fornendo tecnologie avanzate per compiere un genocidio che poi difende, copre e dal quale trae profitto, arricchendosi attivamente. Questo è ciò che definisco necro-capitalismo: il vero nemico dell’umanità. Si tratta di un’evoluzione del sistema capitalista nato tre secoli fa ed espansosi globalmente attraverso il colonialismo. Nonostante ci abbiano raccontato che il colonialismo d’insediamento fosse finito e che vivessimo in una democrazia di eguali tra persone e Stati, la realtà odierna smentisce questa narrazione. In questo senso, la Palestina funge da portale tra presente e futuro, ma soprattutto da specchio per tutti noi 

Proviamo a guardare dietro le quinte del suo lavoro: come si costruisce un'indagine sul campo che sia tecnicamente inappuntabile e umanamente autentica? Quali sono le sfide più ostiche — diplomatiche, ma anche tecniche e quotidiane — che incontra? 

Tutto inizia da un’osservazione capillare e, al contempo, distaccata della realtà. Ciascuno di noi, anche per ragioni professionali, tende ad avere delle propensioni specifiche: sin dall'inizio del mio mandato, ad esempio, sentivo l'urgenza di occuparmi del tema della detenzione. Questo impegno si è concretizzato nel mio secondo rapporto da Relatrice Speciale - Tortura come architettura del colonialismo di insediamento - focalizzato sulle condizioni detentive dei palestinesi e, in particolare, dei minori, tema a cui ho dedicato anche il mio terzo lavoro.

Tuttavia, c'era una questione che mi spaventava e per la quale nessuno di noi era pienamente preparato: quella del genocidio. Mi è "caduta addosso", costringendomi ad aggiornare rapidamente tutto il mio armamentario analitico e a condurre una ricerca sul terreno ancora più minuziosa. La sfida più complessa, infatti, resta quella di documentare e redigere un rapporto scientificamente solido laddove la documentazione stessa è ostacolata o assente.

Questo è stato il primo rapporto davvero complesso che ho scritto, un lavoro che ha richiesto di ricomporre un mosaico di fatti estremamente frammentato. Per riuscirci, ho potuto contare su una rete di informatori straordinaria, dalle ONG, fino al contributo di Forensic Architecture — che era con me proprio ieri a Venezia per un evento alla Biennale — che ha condotto indagini tecniche capillari su come la tortura non avvenga solo nelle celle, ma sia impressa nell'architettura stessa dei territori occupati. È stato un impegno corale, a cui hanno partecipato moltissime persone, inclusi alcuni ex soldati israeliani che hanno scelto di aiutarci.  L’analisi poi è stata mia, validata e discussa con tanti esperti di genocidio, anche con vittime di genocidio, con storici e antropologi come Nicola Perugini che è docente a Edimburgo e che da sempre mi fornisce un banco di prova per le mie inchieste. 

Quella sull’economia del genocidio è stata l’inchiesta più difficile che io abbia mai condotto. È nata da una necessità impellente, che mi ha spinta a superare i confini delle mie competenze abituali e a "buttare il cuore oltre l’ostacolo". Pur non essendomi mai occupata del settore aziendale, ho dovuto affrontare la questione non come semplice diritto commerciale, ma sotto la lente del diritto internazionale. L'obiettivo era smascherare i crimini e le astuzie che il mondo imprenditoriale adotta per sottrarsi alle proprie responsabilità.

Il mio metodo si poggia su tre pilastri: la ricostruzione oggettiva dei fatti, le verifiche sul campo e l'analisi giuridica, seguiti dal confronto con le parti in causa, ovvero lo Stato di Israele e le autorità palestinesi. Nonostante le autorità israeliane ricevano le analisi in anticipo — proprio per garantire loro l'opportunità di segnalare errori fattuali o divergenze interpretative — non hanno mai fornito risposte nel merito, preferendo attaccarmi sistematicamente solo dopo la pubblicazione del rapporto.

In seguito alle sanzioni subite dagli Stati Uniti che hanno sconvolto la sua vita professionale e civile, e alla luce del recente riconoscimento ricevuto dal premier spagnolo Sanchez, si aspettava la mancata presa di posizione in suo sostegno da parte del governo del suo Paese e in generale delle istituzioni europee?

Vorrei fosse chiaro che quello che ha sconvolto la mia vita è stato il genocidio: per me ha rappresentato uno squarcio nella concezione stessa del mondo e della società. Da un lato, ho dovuto assistere all'impunità garantita a Israele e alla passività — quando non alla complicità — di molti governi, incluso quello del nostro Paese. Dall'altro, però, ho visto l'instancabile impegno di tantissime persone e categorie professionali, dai docenti ai portuali di Genova ai sindacati di base, fino ai vigili del fuoco. Si è sollevata una mobilitazione di individui, di madri e di padri.

Chiaramente, le sanzioni sono arrivate come un colpo durissimo, seguendo una dinamica ben precisa: inizialmente ti ignorano, poi ti ridicolizzano e ti diffamano; infine, quando il tuo messaggio e la tua azione diventano davvero efficaci e dunque 'pericolosi', passano alla punizione diretta.

Cosa direbbe oggi al movimento studentesco e in generale a tutte quelle e quei giovani che si stanno battendo in difesa dei diritti del popolo palestinese, e che ora rischiano che le loro azioni possano essere punite come manifestazioni di odio antiebraico e di ‘antisemitismo’?

Vorrei che si appropriassero della storia dell’antisemitismo, perché è parte integrante della nostra identità. È fondamentale comprendere che l’Olocausto — il crimine più tragico mai commesso sul suolo europeo e che ha coinvolto profondamente anche l’Italia — trae origine da un preciso processo di disumanizzazione. Nasce dalla negazione dei diritti dell’altro e dal mancato riconoscimento della sua individualità, ridotta a una massa informe e collettivamente colpevole. Questo è il germe del razzismo e di ogni forma di discriminazione, sia essa etnica, religiosa o di genere; ed è cruciale capire che proprio questo meccanismo rappresenta il filo conduttore di ogni genocidio nella storia. 

Oggi vedere i giovani e le giovani che protestano contro il genocidio è per me motivo di speranza e sollievo. Tutto quello che faccio in Italia è rivolto soprattutto a loro, perchè sappiano che sono sani, sono sani di mente, sono gli anticorpi sani di una società malata. E che non sono soli. Israele non sarebbe diventato ciò che è oggi senza l’impunità di cui ha goduto, garantita nel tempo da governi, sistemi politici e apparati culturali, inclusa l’Università. Per questa ragione, è fondamentale che i giovani siano consapevoli di trovarsi dalla parte giusta della storia. Oggi, nella difesa del popolo palestinese e nel sostegno a quegli israeliani che si battono contro il genocidio, l’apartheid e l’occupazione permanente, rivive lo stesso coraggio di chi, negli anni Trenta, lottava per proteggere gli ebrei. Rispetto ad allora, oggi sono molti di più a schierarsi in difesa del gruppo vulnerabile; questo fa loro onore e spero che troveranno la forza di perseverare, perché è proprio dal loro impegno che dipende il futuro di tutti noi. 

Federica Scotellaro