Immagine di S. Hermann & F. Richter (Pixabay)

Come fermare le fake news? Lo studio di una "Marie Curie" cafoscarina

Come facciamo a stabilire se una notizia che leggiamo sul web è vera o falsa? Quanto spesso verifichiamo i fatti, e fino a che punto le nostre comunità, online e offline, influenzano la nostra capacità di giudizio? 

La disinformazione, oggi più che mai, può avere effetti disastrosi. Durante una crisi sanitaria per esempio, come quella dovuta al Covid-19, credere a informazioni sbagliate può anche costare la vita. Per questo i decisori politici, i siti web e le piattaforme social sono sempre più interessate a dotarsi di strumenti utili per contrastare la circolazione di informazioni sbagliate. Per vincere questa sfida, che non è facile, bisogna prima capire perché le fake news circolano.

Nicole Tabasso, docente all’University of Surrey (Regno Unito) e ricercatrice Marie Curie presso il Dipartimento di Economia di Ca’ Foscari, sotto la supervisione del Professor Sergio Currarini, studia la circolazione di fake news nel progetto ION: Information Diffusion on Networks, per collaborare alla lotta contro la disinformazione. Questo studio si aggiunge ad altre ricerche condotte a Ca’ Foscari sulle dinamiche di informazione online, come quelle di Fabiana Zollo del Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica

Professoressa, come circolano le fake news e perché le persone le condividono?

L’accesso alle informazioni è fondamentale, perché vi basiamo le nostre scelte. Siamo disposti a pagare per avere le notizie e scegliere in modo consapevole, acquistando giornali o abbonamenti a testate giornalistiche. Online troviamo però un’enorme quantità di notizie e opinioni, che circolano tramite interazioni casuali tra utenti con effetti importanti sui nostri comportamenti e sulla diffusione di false notizie. 

Prendiamo ad esempio le informazioni che riguardano il Covid-19: continuano a cambiare a mano a mano che si raccolgono nuovi dati, quindi la “verità” cambia col passare del tempo. In questo scenario mutevole è facile che la disinformazione dilaghi. Anche quando una “verità” è, per così dire, stabile e conosciuta da anni, quando la scienza è chiara, le informazioni accessibili e facili da verificare le fake news continuano a diffondersi. Basti pensare a quanti ancora negano che ci sia un nesso tra HIV e AIDS; oppure come sia ancora viva l’idea che il vaccino MMR possa causare autismo.

Le persone condividono soprattutto con la rete dei propri cari le informazioni che ritengono attendibili. In questi casi sia le informazioni corrette che le fake news vengono condivise in buona fede, e una volta in circolazione sono difficili da eliminare.  

Anche se di solito agiamo in buona fede, è anche vero che abbiamo un “bias”: le informazioni che riceviamo si confrontano con la nostra “visione del mondo” e le nostre idee pregresse, che riteniamo corrette. Tendiamo, quindi, a credere più facilmente alle informazioni che danno conferma alle nostre posizioni pregresse.  

Per capire le dinamiche della circolazione, abbiamo utilizzato un modello simile a quelli usati per il tracciamento delle malattie. Serve per analizzare come due distinti messaggi su uno stesso argomento, quello corretto e quello falso, si diffondano online, anche quando le persone potrebbero effettuare una verifica. La verifica fallisce in due casi: perché costa tempo e fatica, e si sceglie di non effettuarla, oppure perché si tenta di attuarla ma senza successo, magari perché informazioni da leggere sono troppe o contraddittorie tra loro. E allora restiamo aggrappati alle nostre convinzioni, e le condividiamo. Alcune ricerche sui social network mostrano che le persone possono aggrapparsi alle proprie convinzioni anche quando si trovano faccia a faccia con evidenza opposta (come discusso da Zollo e altri, 2017). Alla fine, la combinazione di bias e buone intenzioni spiega perché anche le notizie false ma verificabili continuano a diffondersi.  

La quantità di fake news in circolazione è aumentata con i social media?

Numerosi studi rilevano di sì, soprattutto perché nei social media ognuno può esprimere i propri pensieri senza filtri, diversamente da quanto accade nei media tradizionali. Le informazioni circolano quindi “senza regole” e questo farebbe aumentare la possibilità di imbattersi in fake news. Nella pratica questa teoria è però difficile da dimostrare, perché dovremmo avere dei dati riguardanti il contenuto delle conversazioni quotidiane prima dell’avvento dei social media. 

Le informazioni online circolano con facilità, sia quelle vere che quelle false. Questo è un punto che sembra assente nei dibattiti pubblici: si parla molto della diffusione di fake news nell’era digitale, ma non della diffusione di informazioni corrette. Non essere informati può essere tanto dannoso quanto credere a informazioni errate. Se si ignora l’esistenza del Covid-19, è probabile che ci si comporti esattamente come chi ritiene che il virus sia innocuo o addirittura che non esista. Allo stesso modo, se una persona non sa che esiste l’AIDS, è probabile che non si protegga, esattamente come le persone che negano il nesso tra HIV e AIDS.  

I Social amplificano l’omofilia, cioè la tendenza a incontrare e interagire con persone simili a noi in tutto il mondo. Di conseguenza è più probabile entrare in contatto con messaggi che corrispondono alla nostra visione del mondo. Questo è il fenomeno che genera le camere dell’eco. Se entriamo in contatto soprattutto con opinioni che “ci piacciono”, siamo meno spinti a verificarne la veridicità e siamo più inclini a diffondere notizie non verificate. E così le fake news continuano a diffondersi. 

Quali sono le possibili soluzioni? 

L’obiettivo principale della ricerca, che non è ancora conclusa, è di comprendere perché si diffondono le fake news e di collaborare a ridurle. La pratica vincente, per ora, sembra quella di agevolare le persone nell’attività di fact-checking. I siti internet e le forze politiche dovrebbero cercare soprattutto di fornire servizi di verifica delle informazioni, rapidi e accessibili. Alcune testate giornalistiche, come la BBC, il New York Times e Le Monde, si sono già mosse in questa direzione e offrono pagine di fact-checking che analizzano le notizie e supportano i lettori nella verifica dei fatti. 

Altre iniziative invece si sono dimostrate fallimentari. Per esempio, pensiamo alla bandierina rossa usata da Facebook dal dicembre 2016 al dicembre 2017 per segnalare le informazioni controverse. Secondo Facebook, questa funzione non era efficace, anzi, offriva a queste news una visibilità ancora maggiore. Nel 2017 Facebook aveva anche testato un approccio che includeva dei link ad articoli sullo stesso argomento in modo da permettere agli utenti di verificare quanto stavano leggendo. Questo è risultato essere, invece, un sistema efficace di valutazione.

Personalmente ritengo che l’obiettivo più importante sia investire nell’alfabetizzazione mediatica. Si tratta di un ambito che i governi nazionali potrebbero anche iniziare ad inserire nei curricula scolastici: se le persone imparassero a riconoscere informazioni false, sarebbe già un passo nella direzione giusta. Insegnare a valutare le informazioni con sguardo critico è un progetto a lungo termine.

Joangela Ceccon / Federica Scotellaro