La ricerca durante il COVID: l'esperienza dei Marie Curie Fellows del DSU

Tre Marie Skłodowska Curie Fellows del Dipartimento di Studi Umanistici condividono le loro esperienze di ricerca internazionale durante la pandemia da COVID-19.
Le borse individuali Marie Curie prevedono infatti un periodo di ricerca da trascorrersi fuori dall'Unione Europea, a seguito del quale il fellow torna in un ateneo europeo per un anno. Gli intervistati ci raccontano i loro progetti di ricerca e quali conseguenze ha avuto la pandemia sul loro lavoro.

Elena Bacchin - Political prisoners: a transnational question in 19th century Italy

Su cosa si basa il suo progetto di ricerca e in quali Paesi svolge le sue attività?

 

Il mio progetto di ricerca è un'indagine storica transnazionale che esamina il ruolo e le rappresentazioni internazionali dei prigionieri politici italiani durante il XIX secolo. L’obiettivo è quello di indagare come e in che misura i detenuti politici siano stati figure chiave nella costruzione del discorso nazional-patriottico italiano e nella comprensione straniera del  Risorgimento.

Durante l’Ottocento, un gran numero di attivisti, politici e intellettuali trascorsero parte della loro vita in carcere come conseguenza delle loro lotte per ottenere l’indipendenza e l’unificazione italiana o l’affermazione dei principi liberali. Inoltre negli stessi anni il concetto di condannato politico trovò una configurazione specifica grazie al lavoro di alcuni pensatori e giuristi liberali che sottolinearono gli aspetti morali e la relatività del crimine politico dichiarandolo meno grave dei reati comuni. Quindi, grazie a delle precise strategie politiche e mediatiche il trattamento dei detenuti politici divenne nel corso dell’Ottocento una preoccupazione internazionale: i prigionieri politici cominciarono a essere rappresentati come eroi pronti a sacrificare la propria vita per la nazione o per il liberalismo politico. La descrizione dei corpi e delle sofferenze dei detenuti divenne l’emblema del dispotismo dei governi della penisola, suscitando emozioni e spingendo a un impegno politico anche all’estero. 

L'obiettivo del progetto è dunque quello di indagare i detenuti politici come attori transnazionali dell’Ottocento, sottolineando l’emergere di un impegno e di una sensibilità verso i condannati politici e le persone perseguitate per opinioni politiche. C'è un filo conduttore tra queste questioni storiche e le questioni relative ai prigionieri politici nel mondo d’oggi, grazie alla crescente consapevolezza internazionale che sta emergendo circa il ruolo e le condizioni degli attivisti politici imprigionati e dei rifugiati che sfuggono alle persecuzioni; basti pensare a Nasrin Sotoudeh e Fariba Adelkhan imprigionate in Iran, o agli intellettuali incarcerati in Turchia.

Trattandosi di un progetto transnazionale le fonti primarie - come documenti diplomatici, giornali, dibattiti parlamentari, memorie e lettere - sono disseminate in diversi paesi. Oltre all’Italia, il progetto prevede ricerche negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Francia, Austria, Brasile e Argentina. 

Quale impatto ha avuto sul suo lavoro la pandemia da Covid-19?

 

I progetti Marie Sklodowska Curie Global sono delle ricerche triennali che prevedono che il fellow trascorra 2 anni in una partner institution di un paese non europeo - per me Columbia University - e un anno di rientro in Europa, nel mio caso Ca’ Foscari.

Nel mese di marzo, proprio in concomitanza con l’esplosione della pandemia, sarebbe dovuta iniziare la fase outgoing presso Columbia University ed effettivamente sono approdata a New York il giorno stesso in cui Columbia University è stata chiusa per il primo caso di Covid e il Veneto veniva dichiarato zona rossa. Trovandomi oltreoceano impossibilitata a lavorare, in accordo con il Project Officer - il responsabile del mio progetto presso la Commissione Europea - e l’ufficio ricerca internazionale di Ca’ Foscari, ho deciso di rientrare in Europa. Sono atterrata a Roma mentre il presidente Trump dichiarava la chiusura delle frontiere per i viaggiatori provenienti dall’area Schengen.

Il mio soggiorno a Columbia University è stato quindi bruscamente interrotto e sostituito dal lavoro da remoto. Vista la situazione eccezionale, infatti, la Commissione europea ha autorizzato il telelavoro permettendo così la continuazione dei progetti di ricerca.

Tuttavia la scorsa primavera avevo in programma anche delle missioni di ricerca in Argentina e Brasile. Infatti, per riuscire a ricostruire le vicende legate alla deportazione di alcuni condannati politici dello Stato Pontifico e del Regno delle Due Sicilie nei territori dell’Impero brasiliano e della Confederazione argentina, dovevo recarmi negli archivi di Buenos Aires, Rio de Janeiro e Salvador de Bahia. Chiaramente il piano è saltato. 

Come è riuscita a portare avanti il suo studio durante i mesi di lockdown e come le è stata di supporto Ca' Foscari?

 

Durante il lockdown ho continuato le mie ricerche lavorando sul materiale archivistico che avevo raccolto in precedenza e su risorse digitali. Nel campo storico la digitalizzazione delle fonti sta assumendo una rilevanza sempre maggiore, permettendo di salvaguardare del materiale raro e mettendolo a disposizione degli studiosi a prescindere dalla loro sede di lavoro. Per fare un esempio: durante il lockdown ho potuto studiare i quotidiani e i giornali pubblicati in Gran Bretagna durante gli anni Cinquanta dell’Ottocento attraverso la banca dati online della British Library che ha provveduto a digitalizzare e a rendere disponibile la sua sterminata collezione. Occupandomi di un progetto transnazionale si tratta di fonti fondamentali. Progetti simili esistono per la Francia e gli Stati Uniti, l’Italia purtroppo è ancora indietro su questo tipi di investimenti.

Infine, un numero sempre maggiore di pubblicazioni scientifiche - riviste, ma anche monografie - sono disponibili in formato digitale in alcuni repositories delle biblioteche permettendo un aggiornamento costante sulle ultime acquisizioni della ricerca. 

Crede che l'attuale situazione lascerà il segno nel mondo della ricerca internazionale?

 

Il rischio principale credo sia quello di limitare le possibilità di condurre progetti di ricerca transnazionali, come quello a cui sto lavorando. Si tratta infatti di ricerche piuttosto costose, che prevedono soggiorni di studio in diversi paesi e che, spesso, possono essere condotte solo con finanziamenti di tipo europeo.

Altri problemi riguardano la mobilità e l’accesso alle fonti. Pur sperando che con il superamento della pandemia, i viaggi internazionali possano tornare a essere autorizzati, l’aumento dei costi di trasporto potrebbe rendere meno agevoli i soggiorni di ricerca all’estero. Inoltre gli attuali regolamenti di accesso agli archivi (italiani, ma anche stranieri) rendono la ricerca quasi impossibile. Anche quando gli archivi sono stati riaperti, i ricercatori si trovano a fronteggiare liste di attese di mesi, una drastica riduzione del materiale consultabile, e - quasi inspiegabili - turni di lavoro a giorni alterni o per slot temporali di un paio d’ore. Ogni missione di ricerca risulta molto dispendiosa e poco proficua. In condizioni strutturali già difficili per gli archivi e le biblioteche (per problemi di organico e di mancanza di fondi), il campo umanistico, che ha in queste sedi il proprio laboratorio di ricerca, sta dunque incontrando gravi difficoltà.

La situazione attuale impone una revisione del lavoro degli storici, ma può essere anche un’opportunità per ripensare alla metodologia di trattamento delle fonti. 

E ora come ha ridefinito i suoi progetti e le sue attività di ricerca? Come l'ha aiutata Ca' Foscari in questa ridefinizione?

 

L’incertezza è una delle caratteristiche principali di questo nostro tempo e quindi anche della ricerca. I rischi di nuovi lockdown, i diversi regolamenti degli istituti archivistici, oltre al rischio sanitario, rendono ogni progettazione difficile. Tuttavia, la ricerca per definizione prevede un adattamento e ripensamento costante in base alle fonti a disposizione, alle metodologie adottate, alle ultime acquisizioni della ricerca. Ora un nuovo fattore da considerare è la pandemia.

Lavorando su diversi casi di studio e con una pluralità di fonti, e grazie a un confronto e a uno scambio con il supervisor della mia ricerca - Simon Levis Sullam -, sono riuscita fino ad ora a riadattare il focus dell’indagine in base al materiale a disposizione. In questi mesi ad esempio ho scritto un articolo sulla deportazione dei detenuti italiani durante l’Ottocento, utilizzando del materiale archivistico raccolto in precedenza.

Inoltre sto costantemente monitorando la situazione per poter pianificare i diversi soggiorni di ricerca all’estero in base alle circostanze. Sono appena tornata da una missione di ricerca presso les archives nationales e les archives diplomatiques di Parigi. Purtroppo però gli archivi statunitensi e brasiliani sono ancora chiusi, senza previsioni di riapertura; quelli britannici sono aperti a singhiozzo. E il rischio sanitario in paesi con alto tasso di contagiosità rende ogni viaggio difficilmente pianificabile.  

Nell’impossibilità di organizzare workshop e conferenze in presenza e credendo nella centralità della disseminazione dei risultati della ricerca, con Simon Levis Sullam, stiamo organizzando per il mese di dicembre un ciclo di seminari online dal titolo “Political Prisoners in the Modern World. Imprisonment, Deportation and Public Commitment” che prevede la partecipazione di studiosi dall’Italia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Germania. Infatti, grazie alle piattaforme online, nonostante la pandemia le collaborazioni internazionali sono ancora possibili. E in questi mesi ho potuto partecipare a seminari e corsi che si sono tenuti a Ca’ Foscari e a Columbia University.

Mentre scontavano la condanna all’ergastolo o ai ferri i detenuti politici che sto studiando seppero continuare e riadattare la loro attività politica e, grazie all’aiuto delle mogli e dei familiari, continuarono a far giungere le loro lettere ai politici oltre confine, a pianificare tentativi di fuga e insurrezioni. La resilienza e la capacità di cambiamento devono far parte anche della ricerca in questi tempi di pandemia. 

Matteo Favaretto - InProv: an Inventory of the Prosimetra in Vulgar Tongue in the Early Centuries of Italian literature (1250-1500)

Su cosa si basa il suo progetto di Ricerca e in quali Paesi svolge le sue attività? 

Il mio progetto di ricerca mira a tracciare una storia della tradizione del prosimetro nei primi secoli della letteratura italiana. Per prosimetro si intende un testo composto sia in prosa che in versi: un esempio illustre è rappresentato dalla Vita nova di Dante. A questo scopo sto esaminando i testi che presentano tale veste prosimetrica, e redigendone un catalogo che sarà disponibile anche online. Ho svolto il primo anno della mia ricerca presso l’università americana di Notre Dame a South Bend (Indiana), dove dovrei trovarmi tuttora; purtroppo a causa della pandemia sto continuando il mio progetto da Londra, dove vivo. Il terzo anno, invece, lo trascorrerò a Venezia. 

Quale impatto ha avuto sul suo lavoro la pandemia da Covid-19?

Nel mio caso la pandemia ha avuto qualche ripercussione per quanto riguarda la partecipazione ad eventi accademici: la seconda parte di un corso specialistico su Boccaccio che stavo seguendo alla Notre Dame University è continuata su zoom; una conferenza di studi rinascimentali alla quale dovevo prender parte agli inizi di aprile, e che si sarebbe dovuta svolgere a Philadelphia, è stata cancellata; la possibilità di partecipare ad una settimana di training presso l’Accademia della Crusca durante l’estate è purtroppo sfumata. Per il tipo di ricerca che conduco, la limitazione maggiore è derivata dal periodo di chiusura delle biblioteche e dalla conseguente impossibilità di poter accedere al prestito e alla consultazione di risorse utili per la mia ricerca.

Come è riuscito/a a portare avanti il suo studio durante i mesi di lockdown e come le è stata di supporto Ca' Foscari?

Prima che l’università di Notre Dame fosse chiusa, sono riuscito a prendere in prestito dalla biblioteca alcuni libri che mi sarebbero serviti per proseguire la ricerca nei mesi successivi; altri libri li ho acquistati online, mentre ho reperito alcuni articoli in formato elettronico attraverso jstor o www.academia.edu. In questo momento continuo ad occuparmi di aspetti del progetto per i quali le risorse che ho, o che mi posso procurare facilmente, sono sufficienti, senza che la ricerca subisca dei ritardi particolari. Durante tutto il periodo del lockdown ho ricevuto grande supporto dal personale del Settore Ricerca del Dipartimento che ha costantemente monitorato l’evolversi della mia situazione.

Crede che l'attuale situazione lascerà il segno nel mondo della ricerca internazionale?

Certo. Credo che ci sarà un maggior potenziamento delle modalità online di accesso alle fonti bibliografiche e di partecipazione ad eventi accademici: penso per esempio alla possibilità per ricercatori e studenti provenienti da paesi diversi di usufruire della didattica a distanza (io stesso sto ora seguendo un corso specialistico organizzato dall’università di Warwick), o di partecipare a seminari normalmente rivolti agli utenti dei dipartimenti delle singole università.

E ora come ha ridefinito i suoi progetti e le sue attività di Ricerca? Come l'ha aiutata Ca' Foscari in questa ridefinizione?

Sarei dovuto rientrare in America agli inizi di settembre, ma vista l’attuale situazione ho preferito rimanere a Londra. Ca’ Foscari ha appoggiato la mia decisione, che è stata poi comunicata al project officer senza trovare alcuna obiezione. L’intenzione è di tornare a South Bend a gennaio: fingers crossed!

Sabrina Minuzzi - MAT-MED in Transit. The Transforming Knowledge of Healing Plants

Su cosa si basa il suo progetto di Ricerca e in quali Paesi svolge le sue attività?

Il mio progetto si focalizza sulla Materia Medica locale ed esotica usata nelle pratiche terapeutiche italiane tra il XVI secolo e gli inizi del XVII, non solo dai professionisti, ma anche dalle persone comuni appassionate dello studio dei regni naturali, come ce n’erano molte in passato, che fabbricavano da sé anche alcuni rimedi medicinali.

La Materia Medica è infatti l’insieme delle conoscenze relative alle proprietà medicinali delle piante principalmente, ma anche degli animali e dei minerali - i cosiddetti “semplici” - che costituivano la materia prima dalla quale ricavare rimedi medici. L’espressione deriva dal titolo latino di una corposa compilazione stilata dal medico e botanico Dioscoride nel I sec. d.C. (De Materia Medica libri sex).

Con un approccio interdisciplinare che poggia sulla mia doppia specializzazione in Storia Sociale della Medicina e in Storia del Libro, MAT-MED in Transit guarda alla Materia Medica come ad una finestra sulle pratiche di guarigione e la cornice teorica che vi era sottesa nella prima età moderna, però con il fine ultimo di accrescere anche l’attuale consapevolezza del valore della natura come risorsa per la nostra vita quotidiana. Infatti darò spazio anche alla divulgazione dell’attuale conoscenza delle proprietà terapeutiche di alcune piante ed erbe.

Il progetto, iniziato il 1° ottobre 2019, prevedeva una outgoing phase alla Brown University (Providence), con un supervisor di storia della scienza, a cominciare dal febbraio 2020.

Quale impatto ha avuto sul suo lavoro la pandemia da Covid 19?

Ho dovuto interrompere la permanenza in US dopo solamente due mesi, che sono comunque stati importanti per conoscere personalmente il mio supervisor – che avevo solo contattato via email – e le persone del Center for Digital Scholarship con cui avrei dovuto sviluppare uno dei due digital tools previsti dal mio progetto (l’edizione digitale online di un magnifico erbario conservato alla Biblioteca Nazionale Marciana). L’ambiente che ho trovato è stato eccezionalmente accogliente, a cominciare dal mio supervisor, che appunto conoscevo solo di fama, e che iniziava a coinvolgermi in attività seminariali e convegni.

Come è riuscita a portare avanti il suo studio durante i mesi di lockdown e come ha ridefinito le sue attività di ricerca? Come le è stata di supporto Ca’ Foscari?

Fortunatamente c’è stato un primo contatto umano con l’università statunitense, perché questo mi ha consentito di continuare da remoto a progettare col CDS di Brown il mio sito con l’edizione digitale. Ci sentiamo ogni 15 giorni circa via Zoom o Googlemeet, per assimilare, anche se più lentamente che di persona, le competenze digitali necessarie – le spiegazioni tecniche in remoto sono piuttosto laboriose. Il tempo di chiusura totale delle attività – e di archivi e biblioteche - l’ho utilizzato essenzialmente per scrivere articoli e testi, salvo poi fare controlli mirati negli istituti italiani che hanno riaperto a singhiozzo. Non sarebbe stato possibile fare nulla se non avessi avuto da parte ricerche quasi pronte per la pubblicazione. I contatti con il supervisor statunitense invece si sono un po’ allentati, anche perché le mie fonti sono italiane e se la situazione di emergenza continua ripiegherò nel maggiore utilizzo di fonti conservate in Italia. Conto tuttavia riprenderli in primavera, quando avrò accumulato l’analisi di più materiale storico, per un confronto imprescindibile. Dall’Ufficio ricerca e dall’amministrazione di Ca’ Foscari ho sempre avuto un grandissimo supporto, anche in questa fase di emergenza sanitaria. Tutti i miei referenti sono gentilissimi e rapidi nelle comunicazioni.

Crede che l'attuale situazione lascerà il segno nel mondo della ricerca internazionale?

Indubbiamente ci sarà un cambiamento. Spero anche positivo, nel senso di programmare alcune attività in remoto (riunioni preparatorie, anche alcuni seminari etc.), valorizzando al tempo stesso alcune, selezionate, iniziative in presenza. Spero che l’attuale impiego forzato delle nuove tecnologie possa poi essere uno strumento ulteriore per coadiuvare la didattica in presenza, senza sostituirla, ma potenziandola.

Rachele Svetlana Bassan