Oil to America: il ruolo degli interessi energetici nell’intervento di Trump in Venezuela
La tanto attesa notizia della liberazione del cooperante italiano Alberto Trentini, arriva in un momento di forte instabilità per il Venezuela, al centro di una dura contrapposizione con gli Stati Uniti. Quella del cafoscarino Trentini “E' stata una vicenda complessa che ci ricorda come lo stato di diritto rappresenti la condizione essenziale per la libertà, la giustizia e la dignità della persona” ha commentato la rettrice Tiziana Lippiello.
Il 3 gennaio il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato arrestato dall'esercito statunitense. Le motivazioni ufficiali, dalla lotta al narcotraffico alla difesa della democrazia, appaiono secondarie rispetto all’obiettivo strategico del controllo delle riserve petrolifere del Paese, come dichiarato poco dopo il ‘blitz’ dallo stesso Donald Trump.
Nel nuovo assetto delineato da Washington, la presidente ad interim Delcy Rodríguez – già vicepresidente e figura chiave del settore energetico venezuelano – è chiamata ad agire entro margini politici ben definiti, garantendo l’accesso statunitense alle risorse strategiche del Venezuela. Inoltre, in nome di una rinnovata interpretazione della Dottrina Monroe, ribattezzata da alcuni osservatori “dottrina Donroe”, la pressione statunitense viene presentata come un monito esteso anche ad altri Paesi, dalla Colombia a Cuba, passando per Messico e Groenlandia.
Ma qual è esattamente il ruolo degli interessi energetici dell’intervento degli Stati Uniti in Venezuela? Ce lo spiega Valerio Dotti, docente di Economia politica a Ca' Foscari. Di seguito la sua analisi.
L’analisi
L’amministrazione USA non ha fatto mistero di puntare al controllo delle risorse energetiche del Venezuela. «La differenza fra chi intervenne in Iraq e noi è che loro non si sono tenuti il petrolio. Noi ci terremo il petrolio», ha dichiarato Trump qualche giorno fa durante una conversazione televisiva, chiarendo a stretto giro, nel corso di un meeting alla Casa Bianca, che «una delle cose che gli Stati Uniti otterranno da questo intervento sarà un’ulteriore diminuzione dei prezzi dell’energia». La finalità economica dell’intervento sarebbe dunque duplice: ottenere potenziali profitti per le aziende petrolifere statunitensi coinvolte e, simultaneamente, aumentare la produzione globale di petrolio, causando una riduzione del prezzo mondiale del greggio e, di conseguenza, del costo dell’energia negli Stati Uniti.
Da un’analisi superficiale – e astraendo dalle potenzialmente enormi conseguenze geopolitiche e di diritto internazionale – il piano sembrerebbe allettante dal punto di vista degli interessi economici USA. Il Venezuela possiede infatti enormi risorse energetiche. In particolare, vanta le maggiori riserve petrolifere accertate a livello mondiale – 303 miliardi di barili, pari al 19,3% delle riserve globali (OPEC, 2024) – oltre a importanti disponibilità di gas naturale e altre risorse minerarie.
Al contempo, la produzione di greggio venezuelana è limitata rispetto alle potenzialità (solo 921 mila barili al giorno nel 2024, contro gli 8.955 mila barili al giorno dell’Arabia Saudita), a causa delle sanzioni economiche imposte dagli USA al Paese, ma soprattutto della pessima gestione degli impianti da parte della compagnia petrolifera nazionale PDVSA (Petróleos de Venezuela S.A.). Quest’ultima è stata caratterizzata da una cronica carenza di investimenti in manutenzione e ammodernamento e dall’uscita, più o meno forzata, del personale più qualificato: due dinamiche esacerbate durante gli anni dei regimi di Chávez e Maduro. Si potrebbe pertanto concludere che il petrolio venezuelano rappresenti il classico low-hanging fruit per gli interessi dell’amministrazione USA, in attesa di essere colto.
Eppure, il responso dell’industria petrolifera statunitense a questo progetto è stato a dir poco tiepido. Il CEO di Exxon, Darren Woods, durante un meeting in streaming alla Casa Bianca, ha definito senza mezzi termini il Venezuela «uninvestable» (non appetibile per gli investitori), e altre grandi compagnie del settore hanno espresso forti dubbi. Perché tanta prudenza?
La risposta si fonda su vari argomenti. I più ovvi riguardano l’incerta prospettiva politica del Paese sudamericano e la necessità di ingenti investimenti nel breve e medio periodo – che la Casa Bianca stessa ha suggerito essere di almeno 100 miliardi di dollari – per ripristinare ed estendere la produttività dei malridotti giacimenti petroliferi locali. Inoltre, molte di queste compagnie statunitensi potrebbero temere che una diminuzione del prezzo globale del petrolio riduca la profittabilità dei propri giacimenti domestici non convenzionali (rocce di scisto estratte tramite fratturazione idraulica, il cosiddetto shale oil), nei quali sono confluiti enormi investimenti negli anni passati. Infine, un’ulteriore fonte di incertezza è rappresentata dalla difficoltà di anticipare la possibile reazione del cartello dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC+), guidato da Arabia Saudita e Russia, a un eventuale cambiamento nella gestione delle scelte produttive da parte di un proprio membro quale il Venezuela.
Per quanto tutte queste argomentazioni possano aver giocato un ruolo, la motivazione probabilmente più rilevante di questo scetticismo è che, date le condizioni attuali del mercato petrolifero mondiale, l’idea stessa di produrre grandi quantità di petrolio in Venezuela ha probabilmente poco senso economico. Per comprenderne il motivo, occorre chiarire alcuni aspetti cruciali dell’economia del petrolio.
Innanzitutto, il petrolio non è un bene indifferenziato, come spesso si crede. Al contrario, sia il suo valore di mercato sia i suoi costi di estrazione dipendono da due caratteristiche fisico-chimiche fondamentali: la densità e il contenuto di zolfo (acidità), oltre che dal tipo di giacimento da cui viene estratto (tradizionale, rocce di scisto, sabbie bituminose, ecc.).
Il petrolio estratto in Venezuela è quasi interamente di tipo “pesante” e piuttosto “acido”; pertanto, è relativamente costoso da estrarre e presenta un basso valore di mercato rispetto al prezzo medio mondiale di riferimento (West Texas Intermediate, WTI). Di conseguenza, i giacimenti del Paese sudamericano sono fra i meno profittevoli al mondo e, come mostrato in un articolo pubblicato su Nature qualche anno fa, a cui ho contribuito (Masnadi et al., 2021), sono i primi a diventare non profittevoli a seguito anche di una diminuzione modesta del prezzo medio globale di riferimento del greggio.
Il tutto si colloca in un momento storico in cui tale prezzo è già relativamente basso, oscillando tra i 58 e i 62 dollari al barile nell’ultimo mese, rispetto ai circa 80 dollari al barile di un anno fa. Inoltre, gli operatori di mercato non sembrano anticipare significative variazioni al rialzo nei prossimi mesi o persino anni, come testimoniato dal fatto che i contratti futures per la compravendita di petrolio a tutte le scadenze (WTI Crude Oil Futures) sono scambiati all’interno del medesimo intervallo di valori. Infine, il piano stesso dell’amministrazione USA, qualora avesse successo traducendosi in un aumento dell’offerta aggregata a livello mondiale, comporterebbe un’ulteriore diminuzione del prezzo del greggio.
Ne consegue che eventuali investimenti significativi da parte del settore petrolifero statunitense in Venezuela presenterebbero alti costi iniziali, sostanziali rischi politici ed aspettative di profitto modeste o nulle nel breve e medio periodo.
Non sorprende dunque che i rappresentanti degli interessi di tale settore abbiano manifestato un marcato scetticismo nei confronti del piano di investimenti proposto con grande enfasi dal presidente Trump. Vale inoltre la pena aggiungere che il petrolio venezuelano, soprattutto a causa delle sue caratteristiche chimico-fisiche, è mediamente uno dei peggiori al mondo dal punto di vista delle emissioni di gas serra per unità estratta (si veda ancora Masnadi et al., 2021). Tale circostanza non rientra certamente tra le preoccupazioni principali dell’attuale amministrazione statunitense, ma potrebbe rendere questa risorsa del tutto inutilizzabile in futuro, qualora si verificassero cambiamenti politici negli USA tali da riportare in cima all’agenda globale la necessità di ridurre le emissioni di gas serra per contrastare i cambiamenti climatici.
La domanda da porsi, a questo punto, è perché l’amministrazione USA abbia puntato in modo così deciso sul petrolio venezuelano.
Una possibilità è che si sia trattato di un macroscopico errore di valutazione, eventualità che non mi sento di escludere, data la ben nota erraticità nel comportamento del Presidente. Una seconda ipotesi è che la politica estera USA stia subendo un paradossale ribaltamento di paradigma. Per decenni, diverse amministrazioni statunitensi – anche di diverso colore politico – hanno giustificato il proprio interventismo militare con motivazioni geopolitiche o ideologiche (lotta al terrorismo internazionale, esportazione del sistema liberale, sicurezza, ecc.), ma sono state spesso accusate dai detrattori di essere in realtà guidate da interessi economici legati al controllo delle risorse, come nel caso delle due guerre in Iraq. L’amministrazione Trump potrebbe aver adottato un approccio opposto? Ovvero, proporre al pubblico motivazioni economiche pretestuose per giustificare azioni aggressive in realtà guidate da considerazioni di altra natura?
In caso contrario, come possiamo interpretare la svolta interventista di un Presidente che in passato si era mostrato fortemente critico nei confronti delle operazioni militari promosse dalle amministrazioni precedenti? Per rispondere a queste domande – che hanno implicazioni profonde non solo per il futuro del Venezuela, ma anche per quello delle relazioni economiche, politiche e militari a livello globale – gli strumenti offerti dalle scienze economiche possono fornire una valida chiave interpretativa, la cui portata come è noto si estende ben al di là delle tematiche economiche in senso stretto. Eppure, da sole potrebbero non essere sufficienti a rispondere a questi quesiti.
È necessario, a mio parere, uno sforzo congiunto che coinvolga le competenze di altre discipline delle scienze sociali, delle relazioni internazionali e del diritto internazionale. Ca’ Foscari si sta muovendo con decisione in questa direzione e promuoverà a breve una serie di importanti iniziative pubbliche con esperti di fama internazionale in questi ambiti di ricerca.