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Compromesso con l'Occidente o resistenza? Il 'Marie Curie' Arash Azizi analizza il conflitto e la crisi in Iran

Arash Azizi

Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno avviato un’offensiva congiunta in Iran
L'operazione “Ruggito del Leone”, caratterizzata da massicci raid aerei su centri di comando, siti missilistici e infrastrutture strategiche, ha portato alla decapitazione dei vertici della Repubblica Islamica, all’uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei, e di oltre 1000 civili.

Questo intervento, motivato ufficialmente dalla necessità di neutralizzare la minaccia nucleare e le capacità balistiche iraniane, ha innescato una reazione a catena che coinvolge ora diversi attori regionali: la risposta di Teheran non si è fatta attendere, con lanci di missili e droni che hanno coinvolto diversi Paesi vicini, dal Golfo al Mediterraneo. La crisi sta ora entrando in una nuova fase con la nomina del figlio di Ali Khamenei, Mojtaba, a nuova Guida Suprema: una successione ereditaria che il padre aveva esplicitamente rifiutato come ipotesi praticabile solo pochi anni fa.

Parallelamente al fronte bellico, l’Iran è stato recentemente scosso da una nuova ondata di sollevazioni popolari. Innescate dal collasso del riyal e da un’inflazione fuori controllo, le proteste iniziate a gennaio 2026 si sono trasformate in una sfida politica al sistema, nonostante la durissima repressione che ha visto il massacro di migliaia di manifestanti e il blocco quasi totale delle comunicazioni.

In questo scenario di estrema complessità, abbiamo chiesto al dott. Arash Azizi - scrittore, storico e esperto di dinamiche socio-politiche iraniane - di aiutarci a decifrare cosa sta accadendo a Teheran e quali potrebbero essere le conseguenze di questo “punto di non ritorno”. Azizi, vincitore di una prestigiosa Marie Skłodowska-Curie European Fellowship, arriverà a Ca’ Foscari da Yale nei prossimi mesi per produrre il primo quadro integrato delle relazioni Iran-Golfo-Israele, collocandole nelle trasformazioni dell’ordine globale dalla Guerra fredda all’attuale mondo multipolare. Supervisore sarà Matteo Legrenzi, professore al Dipartimento di Economia.

L’operazione statunitense e israeliana ha colto l’Iran di sorpresa oppure il sistema politico-militare iraniano aveva già messo in conto uno scenario di questo tipo?

L’Iran aveva già vissuto la Guerra dei 12 giorni un anno prima. Quel conflitto si era concluso in maniera non risolutiva e l’Iran, pur sperando che Trump rinunciasse all’idea di un’aggressione, si era comunque preparato a possibili attacchi, presagendo vari scenari, tra cui anche l’eliminazione della Guida Suprema. L’Iran non è stato colto di sorpresa, si è mosso sulla scorta delle minacce ricevute e ha cercato dal primo giorno di “regionalizzare” il conflitto attaccando diversi Paesi arabi.
 

Che significato politico e simbolico assume la morte della Guida Suprema Khamenei? E come viene interpretata oggi dall’opinione pubblica e dalle diverse élite del Paese?

Il fatto che Khamenei non si sia nascosto, pur sapendo con certezza di essere un bersaglio, e che abbia di fatto cercato il “martirio” all’età di 86 anni, gli garantirà senza dubbio un posto negli annali della storia sciita, ma non garantisce di per sé che, dopo di lui, continuino le sue politiche fondamentali, nonostante gli sia succeduto il figlio Mojtaba.
Khamenei resta infatti un leader molto impopolare, la cui morte è stata accolta con esultanza da tanti iraniani. Negli ultimi anni aveva persino perso il rispetto di una parte delle élite del regime, infastidite dalla sua incapacità tattica.
 

Alla luce di questi eventi, quali scenari politici e sociali ritiene più plausibili nel medio periodo per l’Iran? Vede una continuità del sistema oppure possibili fratture interne?

Le fratture interne sono inevitabili. L’Iran si trova di fronte a futuri molto diversi: scendere a compromessi con l’Occidente oppure continuare a guidare la “resistenza” contro di esso, e la popolazione iraniana ha già mostrato chiaramente di non essere una base di sostegno per la seconda opzione.
Lo scenario più probabile nel medio periodo è che la Repubblica islamica abbandoni le sue  politiche prevalenti (il puritanesimo islamista e l’anti-occidentalismo) e scelga una strada diversa.
 

Quali conseguenze sta già producendo questa fase nei rapporti dell’Iran con gli attori regionali e con le grandi potenze? Cambia qualcosa negli equilibri mediorientali e mondiali in generale?

I Paesi arabi si preoccupano da anni per la vicinanza a uno Stato avventato ed estremista come l’Iran, e ora l’Iran dimostra quanto tali preoccupazioni fossero legittime .
I forti legami di molti Stati arabi tra di loro e con Turchia e Pakistan potrebbero condurre alla formazione di un fronte comune contro l’Iran, cosa che non sarebbe una buona notizia per Teheran. Gli Emirati Arabi Uniti potrebbero muoversi per occupare e annettere le Tre Isole del Golfo Persico che l’Iran considera parte del proprio territorio, oppure potrebbero verificarsi altre mosse simili.
 

Negli ultimi anni lei ha scritto molto sulle trasformazioni della società iraniana e sulle sue fratture interne: alla luce degli eventi recenti, vede emergere nuovi attori politici o sociali capaci di incidere davvero sugli equilibri del potere?

Le forze più potenti nella società iraniana restano ancora quelle interne al regime che, pur rappresentando una minoranza, sono ben organizzate. Lo stesso non si può dire dell’opposizione democratica iraniana, che non è riuscita a organizzare adeguatamente le proprie fila (anche a causa della repressione del regime) e quindi a incidere realmente sugli equilibri di potere nel Paese.
 

Se dovesse individuare il fattore meno compreso dall’opinione pubblica occidentale quando si parla dell’Iran oggi, quale sarebbe?

Spesso manca un tentativo serio di comprendere gli altri Paesi nei loro stessi termini e sulla base della loro storia. Per questo progetti come la borsa Marie Curie, che mi è stata generosamente concessa a Ca’ Foscari, sono fondamentali: rappresentano il tentativo di offrire un quadro storico e politico capace di spiegare il Medio Oriente nel contesto globale cogliendo al tempo stesso tutta la reale complessità di quella regione.
Un malinteso diffuso in Occidente consiste nell’usare l’Iran come un pallone da scambiarsi nelle proprie bagarre politiche interne, finendo per trascurarne le dinamiche interne. Un altro errore è quello di non riconoscere la varietà di opinioni degli iraniani e far di tutta l’erba un fascio.

Francesca Favaro