Intervista a Beatrice Masini: da Harry Potter alla direzione editoriale di Bompiani
In occasione della cerimonia di chiusura del Collegio Internazionale di Ca' Foscari, svoltasi il 23 giugno 2026 al Polo di San Basilio, abbiamo intervistato Beatrice Masini. Nota al grande pubblico come traduttrice di Harry Potter in Italia, Masini è oggi la direttrice editoriale della storica casa editrice Bompiani, oltre a essere una figura di spicco nel panorama letterario italiano.
Il suo è un profilo eccezionalmente poliedrico: autrice di successo di libri per bambini, ragazzi e adulti, ha recentemente esordito anche nella poesia con una nuova raccolta pubblicata da Molesini. A CafoscariNEWS, Beatrice Masini ha raccontato la sua esperienza a cavallo tra traduzione e scrittura, partendo da una domanda fondamentale per chi vuole lavorare nell'editoria: che cosa fa, concretamente, una direttrice editoriale?
Intanto, la dicitura precisa è Direttrice di Divisione, ma è una definizione piuttosto formale: in realtà coincide sostanzialmente con l'altro ruolo. Il direttore di divisione si occupa infatti anche di una parte più gestionale, di coordinamento e di verifica del lavoro delle persone, che si affianca al lavoro strettamente editoriale sui libri. Io svolgo entrambe le funzioni. Inoltre, occupandomi anche di narrativa straniera, faccio l'editor di narrativa straniera e dunque, per quella parte, è come se rispondessi a me stessa. Diciamo che quella parte è anche la mia passione dal punto di vista letterario, almeno per quanto riguarda il settore “adulti”.
Che cosa fa una persona che svolge questo lavoro? Essenzialmente legge molto, legge tantissimo. Legge le proposte che arrivano: nel mio caso, dal resto del mondo, ma anche dall'Italia, cercando di capire quali siano giuste per il marchio editoriale. Al di là della dimensione assoluta, infatti, cioè quella che riguarda la qualità e la letterarietà, ce n'è anche una che riguarda il qui e ora, le specificità del marchio.
È chiaro che bisogna, per certi versi, danzare fra i propri gusti personali e un gusto più ampio, che è quello del potenziale pubblico, anche se una cosa senza l'altra non esiste. Credo che il movimento più istintivo, naturale e anche più felice sia quello che ti porta a scegliere un libro “perché di sì”, quasi senza dover fornire troppe giustificazioni teoriche sul pubblico a cui potrebbe interessare o sul numero di copie che venderà. È chiaro, però, che poi tutto deve essere ricondotto a questi aspetti e collegato a essi per permettere al libro di procedere nel suo percorso.
Ogni editor porta a un tavolo comune possibilità e proposte che poi vengono trasformate in libri. Successivamente c'è una parte più tecnica, in cui si sceglie il traduttore, si decide chi lavorerà al libro e si trova un “vestito”, il modo in cui verrà presentato. Tutto questo mirando naturalmente a un preciso punto di approdo, che è il lancio del libro.
È quindi un lavoro che, per forza di cose, ha un raggio d'azione molto ampio, perché soprattutto nella narrativa straniera si lavora con almeno un paio d'anni di anticipo, se non di più, tra il momento in cui si acquisiscono i diritti di un libro e quello in cui lo si pubblica. Con i romanzi italiani i tempi sono un po' più rapidi, perché magari necessitano di editing, ma manca tutta la fase della traduzione, che invece nella narrativa straniera è fondamentale.
La parte intermedia del lavoro consiste poi nel raccontare, spiegare e motivare i libri dentro la casa editrice, dialogando con tutti i colleghi dei vari dipartimenti, dall'area commerciale al marketing e così via. L'obiettivo è fare in modo che tutti siano uniti nel procedere verso un unico scopo: portare il libro nel mondo nel modo migliore possibile.»
Quanto è importante la sua esperienza di scrittrice e di traduttrice nel suo lavoro attuale?
Io penso che non potrei fare questo lavoro se non fossi anche altro. La parte meramente organizzativa, per esempio, per me è giustificata dal fatto che serve a portare nel mondo dei buoni libri. È sempre tutto legato, prima di tutto, all'essere una lettrice molto forte e anche al gusto di figurarsi come un libro, magari scritto in una lingua che non si conosce, potrà essere accolto, letto, amato e apprezzato.
Quindi concorrono sia la lettrice sia la traduttrice. Poi c'è anche, naturalmente, l'autrice, che si stupisce e che cerca sempre qualcosa che scateni la meraviglia. A volte sembra che tutte le storie siano già state raccontate e che non ci sia più nulla di nuovo da scoprire. Ci sono quindi anche momenti quasi di delusione, in cui pare di non trovare nulla di nuovo.
Invece, poi, per fortuna, arriva sempre qualcosa che rettifica questa impressione e ti fa continuare a sperare nella letteratura. Può essere un libro che cambia le regole dal punto di vista formale, oppure dal punto di vista dei contenuti; spesso le due cose procedono insieme, ed ecco che vale la pena per l’ennesima volta di rischiare, per portare nuovi autori e nuove storie ai lettori.
Quello del traduttore è, da un certo punto di vista, il lavoro invisibile per eccellenza. Diventa quindi quasi un paradosso essere diventata famosa per aver tradotto una parte consistente di un fenomeno globale come Harry Potter, che immagino abbia avuto un impatto significativo sulla sua carriera.
Sì, perché con Harry Potter l'invisibilità è saltata completamente. E penso che sia stato uno dei primi casi in cui, almeno in Italia, la figura del traduttore è stata portata maggiormente alla luce. Nel resto del mondo forse era già successo, ma qui da noi meno.
C'è una collega molto autorevole, Ilide Carmignani, che cura al Salone del Libro di Torino una sezione dedicata proprio all'«autore invisibile», come lo definisce lei. Sono incontri dedicati ai traduttori e alla traduzione. Ecco, oggi il traduttore è forse un po' meno invisibile di un tempo: spesso il suo nome compare in copertina, viene coinvolto nella promozione del libro, talvolta scrive un saggio introduttivo o un testo critico. Insomma, viene riconosciuto come una persona che ha qualcosa da dire e a cui vale la pena dare voce.
Forse venti o venticinque anni fa questo accadeva molto meno frequentemente. E uno dei meriti di Harry Potter è stato proprio questo. Io mi sono trovata, mio malgrado, al centro dell'attenzione semplicemente perché la signora Rowling non veniva in Italia e quindi serviva qualcuno, oltre all'editore, che potesse parlare dei libri.
Mi sono quindi trovata immersa in una specie di calderone — ed è una parola piuttosto adatta al contesto — fatto di attenzione mediatica, curiosità e aspettative.
Lei si è trovata coinvolta nel mondo di Harry Potter non solo come traduttrice [ha tradotto i volumi 3-7 della saga] ma anche partecipando al comitato che ha “affinato” la traduzione una volta completato l’intero ciclo. Un caso forse in parte paragonabile alla completa ri-traduzione del Signore degli Anelli. Le va di raccontarci un po'?
Si tratta di due operazioni molto diverse.
Nel caso di Harry Potter, la revisione si è resa necessaria perché nessuno di noi mortali poteva sapere in anticipo che cosa sarebbe successo a Harry e ai suoi nell’arco dei sette libri e oltre. Di conseguenza, man mano che uscivano i nuovi volumi, ci si rendeva conto che alcune scelte traduttive fatte all'inizio non corrispondevano più a ciò che i nuovi libri imponevano, suggerivano, mettevano in campo.
Penso, per esempio, ai nomi propri, ma anche a giochi di parole che, alla luce dei libri successivi, non corrispondevano più. Quella è stata quindi una revisione, certamente autorevole anche perché guidata da Stefano Bartezzaghi, ma che rientra comunque nelle normali pratiche editoriali: a un certo punto ci si accorge che esistono delle imprecisioni, degli errori, e si interviene per sistemarli. Di solito questo avviene in modo più sommesso: semplicemente nella ristampa aggiusti quello che era un po' sfocato e il processo passa quasi inosservato. Con Harry Potter invece è stato fatto con la pompa e con l’attenzione che la cosa richiedeva
Nel caso de Il Signore degli Anelli erano passati tanti anni e si sa che ogni qualche decennio le traduzioni vanno comunque riprese e rifatte. La scelta di procedere a una nuova traduzione è stata ovviamente condivisa all’interno della casa editrice, perché implicava il coinvolgimento di varie figure, dalla scelta del traduttore, all’ordine in cui pubblicare (se tutto insieme o libro per libro), senza contare che quello di Tolkien è un cantiere permanente: ogni tanto si rimette mano a questo prezioso materiale che è il nucleo del fantasy, o del fantastico, come lo conosciamo oggi.
Che cosa consiglierebbe a ragazze e ragazzi appassionati di libri e parole che volessero avvicinarsi al mondo della traduzione o dell’editoria?
Il compito principale di un traduttore è quello di trovare una voce per l'autore. In una traduzione letteraria convivono e si intrecciano due voci: quella dell'autore e quella del traduttore. È un equilibrio delicato e complesso.
Quando ho scelto di frequentare Lettere Classiche, senza pensare che avrei insegnato, tutti mi chiedevano perché non avessi scelto qualcosa di più "astuto" come per esempio economia o altri percorsi considerati più spendibili sul mercato del lavoro. E stiamo parlando di molti anni fa.
Il dilemma, in fondo, era lo stesso di oggi: fare ciò che si pensa possa essere più utile oppure seguire ciò che davvero appassiona?
La mia risposta è che bisogna prima di tutto fare ciò che si sente giusto per sé, nel momento in cui si compie quella scelta. Poi quella formazione diventa uno strumento che permette di fare molte altre cose.
Nel caso della traduzione, lavorare sui testi significa lavorare sui libri, sugli autori, sulle storie e sulle lingue. È un modo straordinario per entrare nel mondo dell'editoria e rappresenta in ogni caso una competenza preziosa.
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Il Collegio Internazionale Ca' Foscari, diretto dal prof. Giorgio Fabio Colombo, offre a studenti e studentesse di talento un percorso di eccellenza che combina formazione accademica, residenzialità e vita comunitaria nel centro storico di Venezia. Accanto ai corsi di laurea, propone un programma interdisciplinare in lingua inglese con laboratori e attività culturali. Forte di una spiccata vocazione internazionale, promuove esperienze di studio e tirocinio all'estero. L'obiettivo è sviluppare competenze trasversali e creare un ambiente stimolante e multiculturale. Ogni anno seleziona profili italiani e internazionali particolarmente meritevoli che potranno usufruire di una serie di agevolazioni economiche.
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