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Lo stesso clima, destini diversi: una ricerca Marie Curie sulle disuguaglianze nell’adattamento climatico

Credits: Maryam Aslany

Quando la crisi climatica colpisce una comunità, i report internazionali tendono a mettere tutti gli abitanti sullo stesso piano. È proprio per superare questa distorsione che nasce il progetto IMUCCA - Interdisciplinary Model for Understanding Climate Change Adaptation, condotto dalla ricercatrice Maryam Aslany nell'ambito di una Fellowship Marie Skłodowska-Curie a Ca’ Foscari. Sotto la supervisione della prof.ssa Monica Billio del Dipartimento di Economia, lo studio analizza come le profonde stratificazioni sociali - legate a classe, genere e casta - incidono sulla vulnerabilità delle singole persone di fronte agli shock climatici e ne condizionino le capacità di adattamento.

Il lavoro di Aslany si concentra sul Vidarbha, una regione del Maharashtra (India) nota per le coltivazioni di cotone e piegata da durissimi stress ambientali, cattivi raccolti e una prolungata crisi agricola. Una situazione drammatica che ha portato quest'area a registrare, tra gli agricoltori, uno dei tassi di suicidio più alti di tutto il Paese. Attraverso un approccio integrato, che affianca indagini statistiche alle famiglie e interviste raccolte in due distinte fasi sul campo, la ricercatrice fa emergere la realtà quotidiana dei coltivatori locali. I risultati mostrano spaccature socioeconomiche molto nette: se per alcune famiglie l'incertezza climatica significa finire per indebitarsi o essere costretti a migrare, per altre diventa un'occasione di accumulazione di risorse in diversi settori dell'economia rurale, accentuando così le disuguaglianze già esistenti. La ricerca fa anche luce su un fenomeno sempre più comune: la "femminilizzazione dell'agricoltura".

Incrociando le prospettive della sociologia economica e dell'ecologia sociale, IMUCCA offre una fotografia diretta e dettagliata di come il cambiamento climatico stia ridisegnando le economie agricole. Dati concreti di questo tipo sono indispensabili per orientare politiche climatiche che facciano attenzione anche alle ricadute sociali, in linea con l'obiettivo dell'Unione Europea di sviluppare soluzioni basate su evidenze scientifiche per affrontare le sfide globali.

Nell'intervista che segue, Maryam Aslany racconta la sua esperienza sul campo nel Maharashtra, spiega come far dialogare dati quantitativi e storie reali e illustra perché un ambiente interdisciplinare come quello cafoscarino rappresenta il contesto ideale per comprendere le complesse implicazioni sociali ed economiche del cambiamento climatico.

Qual è stato il primo segnale che le ha fatto capire come il cambiamento climatico colpisca le persone della stessa comunità in modo profondamente diverso?

Dalla mia ricerca è emerso chiaramente un dato: pur affrontando la stessa siccità, lo stesso caldo estremo o la stessa imprevedibilità delle piogge, le persone ne subiscono le conseguenze in modi del tutto diversi. Il cambiamento climatico si intreccia con le disuguaglianze preesistenti. Una famiglia che possiede più terreni, impianti di irrigazione, risparmi o entrate extra riesce ad ammortizzare un cattivo raccolto, a investire in nuove tecniche agricole o a diversificare le proprie fonti di reddito. Un piccolo agricoltore che dipende esclusivamente dalle piogge deve invece indebitarsi, migrare o adattarsi a lavori saltuari per il solo fatto di poter continuare a coltivare.

Per qualcuno, la crisi climatica può persino trasformarsi in un'opportunità. Un usuraio locale che ho intervistato mi ha spiegato che, con l'aumento dell'imprevedibilità del clima, sono cresciuti sia i costi di gestione sia la perdita dei raccolti, rendendo i contadini sempre più dipendenti dal credito informale. Mi ha detto chiaramente: "Per noi le possibilità di guadagno attraverso i prestiti sono aumentate proprio a causa del cambiamento climatico". Questo dimostra come la vulnerabilità di una famiglia possa diventare l'opportunità di accumulazione di un'altra. Nel tempo, nuclei familiari soggetti alle stesse pressioni ambientali prendono strade economiche opposte: alcuni si stabilizzano o prosperano grazie a investimenti e nuove entrate, mentre altri diventano sempre più dipendenti da migrazioni stagionali, lavoro occasionale e debiti, solo per tirare avanti. Il cambiamento climatico, quindi, non si limita a riflettere le disuguaglianze esistenti: le accentua.

In che modo fattori come il genere e la condizione economica si intrecciano durante una crisi climatica? Per esempio, quali sono le differenze nell'impatto di una siccità su una donna rispetto a un ricco proprietario terriero uomo?

Il cambiamento climatico non si verifica nel vuoto, ma all'interno delle strutture sociali delle comunità agricole. Il fattore economico è solo un tassello: le relazioni sociali, e in particolare le dinamiche di genere, sono altrettanto fondamentali nel determinare come gli shock climatici vengono vissuti e affrontati. Questo è uno dei risultati principali del mio studio. Con l'aumentare dell'incertezza climatica, la migrazione degli uomini in cerca di lavoro altrove - soprattutto nelle famiglie a basso reddito - è diventata una strategia indispensabile per integrare i guadagni dei campi. Di conseguenza, le donne si trovano a farsi carico di gran parte del lavoro agricolo, che si somma alle tradizionali responsabilità domestiche. Il risultato è un aumento complessivo del loro carico di lavoro e, più in generale, una progressiva "femminilizzazione dell'agricoltura". È un esempio chiaro di come genere e condizione economica interagiscano di fronte all'impatto del clima.

L'aspetto che colpisce di più, tuttavia, è che questo ruolo crescente delle donne nella produzione agricola non si traduce automaticamente in un maggiore potere decisionale. Sebbene siano spesso loro a mandare avanti le aziende agricole e a garantire la continuità dei raccolti, continuano ad avere scarso accesso alla proprietà della terra, al credito, ai mercati e alle istituzioni agricole, oltre a contare pochissimo nelle decisioni cruciali per l'adattamento al clima a livello locale.

Che cosa l'ha spinta a scegliere proprio questi villaggi per la sua ricerca?

L'India è un punto d'osservazione privilegiato per studiare il cambiamento climatico, poiché l'agricoltura rappresenta ancora la fonte principale di sostentamento per milioni di famiglie rurali. In ampie zone del Paese, l'innalzamento delle temperature, l'alterazione delle piogge, la perdita di biodiversità e gli eventi meteo estremi stanno già compromettendo la produzione agricola e la stabilità delle comunità. La mia ricerca si concentra su due villaggi nel Vidarbha, una regione del Maharashtra nota per la coltivazione del cotone. Qui la produzione dipende enormemente dalle precipitazioni, rendendo i coltivatori estremamente vulnerabili all'imprevedibilità del clima. Ma questa è anche un'area segnata da decenni di raccolti andati a male, debiti e oscillazioni dei prezzi. La manifestazione più drammatica di questa prolungata crisi agraria è l'altissimo tasso di suicidi tra i contadini, un fenomeno tragico a cui lo stress ambientale contribuisce in modo significativo. Questa storia rende il Vidarbha un contesto emblematico per capire cosa succede quando l'instabilità climatica va a colpire un'economia agricola già stremata.

Parte del suo lavoro consiste nel trasformare le interviste individuali in un modello generale. Come si fa a convertire un concetto come la "discriminazione sociale" in dati misurabili senza perderne la componente umana? E in che modo lo studio dei contadini dell'India rurale può aiutare l'Unione Europea ad affrontare le sfide climatiche più urgenti?

Per il mio lavoro ho combinato un'indagine statistica sulle famiglie con interviste qualitative approfondite. Il sondaggio mi ha fornito un quadro d'insieme, permettendomi di individuare le differenze strutturali nell'impatto del clima sui diversi gruppi socioeconomici e di mappare le strategie di risposta dei vari nuclei familiari. Le interviste, d'altra parte, mi hanno aiutato a comprendere come le disuguaglianze sociali ed economiche vengano vissute nel concreto all'interno delle famiglie e delle comunità, portando alla luce dinamiche di genere, relazioni domestiche e forme di discriminazione che un semplice questionario non riuscirebbe mai a cogliere.

L'obiettivo era far dialogare dati di natura diversa: mettere in relazione i trend generali riscontrati tra le famiglie con le storie reali delle persone, per poi verificare se quanto osservato in specifiche comunità possa avere una validità più ampia.

Le ricadute pratiche sono notevoli. Le ricerche a stretto contatto con il territorio rivelano come funziona veramente l'adattamento sul campo: chi riesce davvero ad adattarsi, chi trae vantaggio da determinati interventi e chi invece rischia di rimanere indietro. Si tratta di nodi cruciali per i programmi di finanza climatica e le politiche di adattamento. Non si tratta di trasferire pari pari le soluzioni dall'India rurale all'Europa, ma di comprendere a fondo questi meccanismi per progettare politiche climatiche capaci di ridurre la vulnerabilità anziché esacerbare le disuguaglianze.

Negli ultimi mesi l'India è stata colpita da ondate di calore devastanti e senza precedenti. In che modo queste emergenze si stanno manifestando nei villaggi in cui lavora?

Il cambiamento climatico è ormai entrato nella quotidianità di chi lavora la terra. Il caldo estremo è indubbiamente una realtà tangibile per i contadini, ma ciò che descrivono va ben oltre l'aumento delle temperature: parlano di una perdita totale di prevedibilità nei cicli agricoli, un'incertezza climatica costante. I monsoni arrivano in ritardo o si interrompono all'improvviso, oppure arrivano piogge battenti proprio quando i prodotti sono pronti per il raccolto. I calendari e le tecniche agricole tramandati da generazioni sono diventati spesso inapplicabili o del tutto inutili. A questo gli agricoltori aggiungono il calo delle falde acquifere, la maggiore proliferazione di parassiti e malattie, e la resa sempre più scarsa dei campi.

Le ricadute economiche sono immediate e pesanti. I contadini si trovano costretti a seminare più volte, a usare più prodotti chimici o a investire nell'irrigazione, senza alcuna garanzia che questi costi aggiuntivi portino a un buon raccolto. Diversi agricoltori paragonano il lavoro in queste condizioni al gioco d'azzardo: puoi pianificare tutto nei minimi dettagli, investire denaro ed energie, e poi perdere l'intero raccolto per una pioggia fuori stagione. In questo senso, il clima sta trasformando l'agricoltura ordinaria in un'attività altamente imprevedibile.

Le conseguenze, poi, vanno ben oltre la produzione. Molti contadini mi hanno parlato di sofferenza psicologica, ansia per il futuro dei figli e crescenti tensioni sociali per l'accesso all'acqua e alla terra.

Ciononostante, si cercano continuamente soluzioni: si sperimenta con nuove colture, si migliorano le tecniche di gestione del suolo e dell'acqua e si cercano fonti di reddito alternative. Molti dei contadini con cui ho parlato intendono andare avanti, non perché abbiano trovato la formula perfetta per adattarsi, ma semplicemente perché mancano alternative valide. È una delle contraddizioni centrali della mia ricerca: il fatto che l'agricoltura resista non significa che l'adattamento abbia avuto successo. La continuità del lavoro ci racconta solo una parte della storia; bisogna guardare ai costi umani, sociali ed economici necessari per mandarlo avanti.

Che valore aggiunto offre un'istituzione come Ca' Foscari al suo lavoro di ricerca?

Ca' Foscari si è rivelata perfetta perché mi ha messo a disposizione un ambiente in cui studiosi e studiose di discipline diverse lavorano su quesiti molto simili ai miei. Io affronto la crisi climatica dal punto di vista della sociologia economica e della ricerca sul campo, mentre Ca' Foscari vanta competenze straordinarie in ambiti come la modellistica, i sistemi complessi, l'economia e le scienze ambientali, senza dimenticare la collaborazione con la Fondazione CMCC. Trovarsi in un contesto così interdisciplinare è di grande stimolo e ti spinge ad andare oltre il tuo ambito di specializzazione.

Altrettanto fondamentale è stato il supporto al progetto. L'Ateneo dispone un ottimo sistema per la gestione dei finanziamenti alla ricerca, ma dedica anche una grande attenzione alla crescita professionale di ricercatori e ricercatrici, che si tratti di acquisire nuove competenze, stringere collaborazioni internazionali o progettare la ricerca successiva. Vivere e lavorare a Venezia, con la sua straordinaria vivacità culturale e intellettuale, ha arricchito ulteriormente l'esperienza.

Francesca Favaro