Da Ca’ Foscari a Oxford: Rachele Svetlana Bassan tra i 12 profili selezionati nel mondo dalla British Academy per una borsa postdoc
La cafoscarina Rachele Svetlana Bassan è a Oxford grazie a un British Academy International Fellowship award, una prestigiosa borsa di ricerca post-dottorato della British Academy: un traguardo straordinario, considerando che sono stati solo 12 i vincitori selezionati in tutto il mondo. 'La piattaforma ufficiale non specifica quale sia il tasso di successo delle applications — ci racconta dal suo alloggio al Jesus College, dove passerà i prossimi due anni per lavorare al suo progetto — e questo di solito è il segnale più chiaro di quanto la selezione possa essere estremamente competitiva."
Rachele ha passato la maggior parte della sua carriera accademica a Ca’ Foscari, come allieva del Collegio internazionale. Dal 2015 ha frequentato la laurea triennale in Lingue, Civiltà e Scienze del Linguaggio, poi lo European Joint Master’s Degree in English and American Studies, durante il quale ha trascorso un periodo in mobilità a Bamberg, una delle città partner del consorzio, e infine ha vinto la selezione per il dottorato in Lingue, Culture e Società Moderne e Scienze del Linguaggio. Ancor prima di concludere il dottorato, aveva già intrapreso l'iter di candidatura per borse di ricerca postdoc.
Su cosa si concentrano i tuoi studi?
Mi occupo di teatro early modern: dopo un dottorato focalizzato sul metateatro e il barocco tra i periodi Giacomiano e Carolino (la prima metà del XVII secolo), il mio attuale progetto di ricerca esplora le influenze internazionali sulla scena teatrale carolina (1625-1642), che corrisponde al periodo della storia inglese che si concluse con le Guerre Civili.
Uno degli aspetti forse meno noti ma più interessanti del mio progetto è lo studio dei cosiddetti English Colleges gesuiti nel Continente. Erano i collegi dove venivano educati i cattolici inglesi costretti all'esilio o a lunghi soggiorni all'estero per poter ricevere un’istruzione cattolica, allora proibita in patria. Mi affascinano questi centri perché custodivano una tradizione drammatica straordinariamente ricca: le loro messe in scena erano spesso spettacoli complessi e fastosi, che univano recitazione, musica, danza e canto.
Questi collegi rappresentano un punto di contatto unico tra l'Inghilterra e l'Europa continentale. Inoltre, considerando che all’epoca i Gesuiti avevano ormai raggiunto ogni angolo del globo, studiarli mi permette di adottare quella prospettiva più ampia e globale che è la continuazione naturale della mia ricerca di dottorato.
Come valuti la tua esperienza a Ca’ Foscari?
L’esperienza a Ca’ Foscari è stata formativa sotto due aspetti complementari. Prima di tutto mi ha fornito solide basi metodologiche: credo che l'università italiana rappresenti ancora un’eccezione positiva nel panorama europeo. Mentre all'estero si prediligono spesso approcci molto specialistici, Ca’ Foscari mi ha fornito una preparazione completa.
Credo che soprattutto il programma magistrale abbia fatto la differenza: potermi dedicare interamente alla letteratura inglese nel corso di due anni, sia a Venezia sia a Bamberg, mi ha permesso di approfondire contenuti e metodi, dandomi anche modo di esplorare aree e momenti storici diversi: i corsi sul teatro che ho seguito tra Venezia (early modern) e Bamberg (teatro contemporaneo) sono stati fondamentali quando si è poi trattato di redigere la proposta di ricerca! Altri atenei forse non mi avrebbero permesso di concentrarmi sulla letteratura inglese con tanta attenzione e non avrei questa marcia in più. L’esperienza dottorale ha poi fatto la differenza: potersi formare con alcuni dei massimi anglisti in Italia, come Laura Tosi, Shaul Bassi o Flavio Gregori, è stata la prova decisiva. Questa preparazione mi permette oggi di affrontare qualsiasi tematica nel mio campo con un quadro d'insieme affidabile; anche quando devo approfondire un dettaglio tecnico, so di poter contare su fondamenta solide.
Il secondo punto è la vocazione internazionale: uno dei punti di forza dell'ateneo è la forte spinta all'internazionalizzazione. Grazie anche allo stimolo del Collegio Internazionale, che rende la mobilità all'estero un requisito obbligatorio, ho potuto confrontare il modello accademico tradizionale italiano con approcci stranieri. Questo dualismo tra "metodo italiano" e "visione globale" è stato l'elemento che più ha arricchito il mio percorso, dandomi gli strumenti per muovermi con sicurezza in contesti diversi.
Un aspetto più personale, ma determinante, è stata la vita al Collegio Internazionale Ca’ Foscari. Abitare e confrontarsi quotidianamente con chi studia discipline diverse ti insegna a non considerare le materie altrui come mondi chiusi o intimidatori, ma anzi stimola la naturale curiosità e capacità di dialogo tra saperi diversi. Le amicizie che ho costruito in Collegio, con persone che non si facevano montare la testa dalla retorica dell’eccellenza ma mettevano al primo posto la serietà e l’amicizia, hanno reso evidente che sono il dialogo, l’ascolto, e il sostegno reciproco a renderci studiosi e professionisti migliori.
Qui a Oxford ho ritrovato questa multidisciplinarietà e questo senso del dialogo. Ti puoi trovare seduta a tavola accanto a un oncologo come a un economista o a qualcuno che si occupa di intelligenza artificiale. Scoprire cose nuove della ricerca contemporanea in altri ambiti è una ricchezza, e spiegare il proprio ambito di studio a chi non ha mai lavorato su quegli argomenti è un esercizio di grande utilità. Allo stesso tempo, se ho qualcosa da sottoporre ai colleghi lo faccio di solito a pranzo, bevendo un caffè o facendo una passeggiata, perché è dal confronto che emergono le idee migliori.
Ci racconti la tua giornata tipo?
La mia routine attuale inizia molto presto, complice il fuso orario che sto ancora sfruttando a mio favore. Comincio con una passeggiata al Christ Church Meadow, il grande prato che circonda il Christ Church College, per poi rientrare e fare colazione nella Hall.
Subito dopo mi sposto alla Bodleian Library, a soli cinque minuti da qui: è una delle biblioteche pubbliche più antiche e meglio fornite al mondo. Di solito rientro al college per il pranzo: qui l’idea che il pasto condiviso sia il fondamento di una comunità accademica salda è molto sentita, e trovo che sia un’iniziativa lodevole.
Nel pomeriggio alterno lo studio tra la biblioteca del mio college, Campion Hall, che possiede una collezione di testi gesuiti straordinariamente fornita, e lo Schwarzman Centre for the Humanities, dove si trovano la Facoltà di Inglese e il mio ufficio. La giornata si conclude quasi sempre con la cena in Hall, a cui partecipano comunità studentesca e fellows.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Parallelamente al mio incarico presso la Facoltà di Inglese dell’Università di Oxford, sono anche Junior Research Fellow al Jesus College. Vorrei sfruttare appieno questa opportunità per pubblicare una monografia e, contemporaneamente, costruire una rete di collaborazione più ampia: nell’accademia di oggi credo sia fondamentale coltivare prospettive a 360 gradi.
Il mio desiderio è proseguire la carriera accademica, coniugando la ricerca con l'insegnamento. Il prossimo passo naturale credo sarà puntare a finanziamenti più a lungo termine, come una borsa Marie Skłodowska-Curie. Sono sfide ambiziose, ma è sempre più difficile trovare impieghi dignitosi e a lungo termine nell’ambito accademico, quindi penso che si debba puntare il più in alto possibile. Poi, naturalmente, in due anni possono succedere tante cose.
Saresti orientata a restare all'estero o vorresti tornare in Italia in futuro?
Il desiderio di tornare in Italia è forte: lì ci sono la mia famiglia, i miei amici e le mie radici. Tuttavia, cerco di mantenere un approccio pragmatico. Siamo in molti, oggi, a dover scendere a compromessi con l’attuale situazione del sistema accademico italiano ed estero; per questo, pur essendo il rientro la mia aspirazione ideale, la priorità resta continuare il mio percorso. Se si presentasse una buona occasione o se vincessi un grant con un ateneo straniero, penso che sarei pronta a proseguire all'estero. È un lavoro che amo profondamente e che faccio con passione, non voglio precludere a me stessa questa possibilità senza tentare seriamente.
Hai sempre avuto le idee chiare sul tuo percorso?
In realtà no, l'incertezza mi accompagna sempre. Se mi avessi fatto questa domanda qualche mese fa, probabilmente sarei scoppiata a piangere. Ci sono stati momenti di forte scoramento: la stanchezza alla fine della magistrale, l’impatto del Covid e, durante il dottorato, un vero e proprio momento di crisi tra il secondo e il terzo anno, in cui ho dubitato di poter reggere.
A darmi un senso di prospettiva è stata la consapevolezza di essere in grado di portare a termine ciò che intraprendo, anche quando tendo a scoraggiarmi e a dubitare di me stessa: ogni traguardo, per quanto piccolo, contribuisce a rafforzare un senso di fiducia nelle proprie capacità. La discussione della tesi di dottorato, per esempio, è stata un momento bellissimo: grazie a una commissione estremamente competente e umana, è stato un momento che mi ha restituito un senso di realizzazione dopo anni di impegno ma anche tanti dubbi. Spesso tendiamo a sottovalutarci, ma avere un riscontro oggettivo aiuta a vedersi sotto una luce diversa, e bisogna imparare a fidarsi di questi riscontri. Inoltre, penso sia ovvio, ma senza il supporto di chi crede in me non ce la potrei fare.
In questo percorso professionale, avere una mentore come la professoressa Laura Tosi è stato decisivo. È raro trovare qualcuno che ti guidi professionalmente, ma che sia anche pronto ad ascoltarti quando sei in difficoltà e a stimolarti con nuove prospettive. Il suo sostegno ha fatto davvero la differenza.
Oggi guardo al futuro con una nuova consapevolezza. Mi sono data un tempo: darò il massimo per proseguire in questa carriera, ma ho visto troppe persone lasciarsi 'consumare' dall’ambizione e dall’incertezza. Non voglio che la ricerca diventi un motivo per ammalarsi; voglio fare tutto il possibile per riuscire, ma mantenendo sempre l’equilibrio al primo posto.
Quali consigli daresti a una matricola di Lingue oggi?
Il mio consiglio è di ricordarsi sempre che capire cosa ci appassiona richiede tempo e sperimentazione. Non si tratta di trovare subito la propria strada, ma di affrontare il mondo con curiosità e apertura: è solo dando una seria possibilità ad ambiti diversi che possiamo capire cosa ci piace davvero.
Allo stesso tempo, però, la passione e la curiosità non bastano. È necessario accompagnarle a rigore, attenzione e costanza. Solo entrando davvero in profondità, senza fermarsi alla superficie, si riesce a trasformare una semplice curiosità in un percorso consapevole. Anche nelle attività che amiamo non tutto è piacevole: si deve imparare ad affrontare le cose con pazienza e a rassegnarsi a fare un po’ di fatica.
Per questo non si deve avere paura dei libri: spesso sono proprio loro ad aprirci strade che non avremmo neanche immaginato.