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Elezioni in Brasile: vince il 'progetto di equità' di Lula

Foto: Ricardo Stuckert / PR

Le recenti elezioni presidenziali in Brasile hanno segnato uno degli snodi democratici più drammatici e decisivi della storia recente dell'America Latina. Al ballottaggio, Luiz Inácio Lula da Silva si è riconfermato alla presidenza ottenendo il 51,76% dei voti validi, superando di stretta misura lo sfidante Flavio Bolsonaro, fermatosi al 48,24%. Questo risultato — giunto dopo un mandato segnato da una profonda polarizzazione sociale e da una retorica nazionalista  — rappresenta molto più di una semplice alternanza politica.
Per comprendere le radici profonde di questo voto, le spaccature socio-economiche del Paese e i riflessi geopolitici globali, abbiamo intervistato il Prof. Luis Fernando Beneduzi, docente di Storia dell'America Latina presso l'Università Ca' Foscari Venezia.

Professore, cosa significa concretamente la vittoria di Lula per il Brasile di oggi?

Non si tratta soltanto della vittoria della sinistra, ma della tenuta stessa della democrazia. Nell’ultimo mese prima del voto abbiamo assistito a un appello corale alle istituzioni democratiche: il ritorno di Bolsonaro avrebbe significato il consolidamento di un intreccio pericoloso tra apparati dello Stato, milizie e controllo del narcotraffico negli spazi urbani, con il rischio concreto di vedere il Paese governato da strutture parastatali e paracriminali. Non dimentichiamo le inchieste in corso, come quella sul Banco Master che vedono coinvolti membri della famiglia Bolsonaro. Lo stesso Flavio Bolsonaro proponeva l’indulto per i protagonisti del tentato colpo di Stato del 2023, tra i quali compariva anche suo padre.
La vittoria di Lula, tuttavia, non è un assegno in bianco né una garanzia assoluta. Il sistema elettorale brasiliano impone coalizioni ampie e composite, generando governi strutturalmente fragili. Con un Congresso fortemente sbilanciato a destra e verso l'estrema destra, Lula dovrà mostrare una straordinaria capacità di contrattazione.
Ciononostante, l'alternativa sarebbe stata tragica: una riconferma bolsonarista avrebbe portato a un'ingerenza diretta di settori della politica americana nella transizione brasiliana, sottomettendo il Paese agli interessi statunitensi. Il bolsonarismo si è configurato più come un progetto familiare che politico — con dinamiche parentali estremamente ramificate.
Un dettaglio significativo ha riguardato la mobilitazione degli astenuti: al primo turno circa 33 milioni di persone non avevano votato. Tra le spinte emotive che hanno riportato l'elettorato alle urne c'è stato un vero e proprio autogol di Bolsonaro, che in campagna elettorale ha deriso Lula per la sua menomazione alla mano (le "nove dita"). Un attacco che ha finito per innescare una profonda solidarietà sociale tra i milioni di brasiliani che svolgono lavori usuranti e si sono identificati con la vittima.

Qual è stato il messaggio vincente della campagna di Lula e quali segmenti della popolazione sono stati decisivi?

Il pilastro della vittoria è stato il messaggio di difesa dello Stato di diritto, caldeggiato da intellettuali, mobilitazioni civiche e artisti. Nelle sue prime parole dopo il voto, Lula ha ringraziato specialmente giovani e anziani, le fasce demografiche che hanno partecipato in massa.
Da circa un decennio il Brasile è spaccato geograficamente: il Nord e il Nord-Est votano a centrosinistra, mentre il Sud e il Centro-Ovest propendono per l'estrema destra. Questa mappa ricalca la struttura socio-economica del Paese. Il Nord-Est è la regione più disagiata, a maggioranza non bianca, storicamente segnata da razzismo e colonialismo. Questa popolazione ha beneficiato enormemente dalle storiche politiche redistributive di Lula — come l'accesso all'università pubblica e i programmi per la casa —, riconoscendosi in un 'progetto di equità' volto a garantire pari diritti a prescindere dall'estrazione sociale.
Al contrario, nel Sud industriale e agricolo — paradossalmente la culla storica del ‘Partido dos Trabalhadores’ — la proposta sociale di Lula ha trovato forti resistenze. Le politiche di uguaglianza hanno generato la reazione del ceto medio e alto, che si è sentito danneggiato. Un esempio concreto è stata la regolarizzazione del lavoro domestico: garantendo diritti e garanzie alle lavoratrici, il servizio è diventato economicamente oneroso per la classe media, alimentando il scontento.

La narrazione della corruzione e della crisi economica ha pesato sull'esito del voto?

È fondamentale scindere i dati reali dalla percezione pubblica. Il Brasile soffre di una corruzione endemica, ma durante le passate amministrazioni di Lula la percezione del fenomeno è aumentata proprio perché sono aumentate le indagini, l'autonomia della magistratura e le condanne.
Sul piano economico, il Paese reale mostrava indicatori solidi: disoccupazione al 5,1%, PIL in crescita al 3%, aumento del salario minimo e del reddito medio. Eppure, una fetta consistente dell'elettorato era convinta che il Brasile fosse in piena recessione. A questa percezione distorta ha contribuito pesantemente la gestione dell'informazione sui social media. La stessa Meta ha recentemente ammesso l'uso sbilanciato degli algoritmi a favore della narrativa di Bolsonaro. Nell'ultimo mese di campagna, la strategia digitale orchestrata da André Janones ha dovuto creare un vero e proprio "esercito mediatico" per rompere l'ostruzionismo delle Big Tech e forzare gli algoritmi a dare visibilità a Lula.

Qual è la reazione della politica internazionale, a partire dagli Stati Uniti di Trump, e quali sono i rischi di un "effetto domino"?

Una vittoria di Bolsonaro avrebbe aggiunto un tassello fondamentale all'asse dell'estrema destra in America Latina, storicamente saldato alla visione di Trump. Oggi le uniche grandi eccezioni progressiste nel continente restano il Messico, l'Uruguay e ora il Brasile.
Il Brasile è il colosso economico della regione — il suo PIL da solo supera quello del resto del Sud America —, è tra i fondatori dei BRICS e mantiene partnership strategiche cruciali con Cina e India. Una riconferma della destra avrebbe consentito agli Stati Uniti di erigere una barriera contro la penetrazione cinese in America Latina. Lula, al contrario, rivendica la centralità del Sud globale e chiede un'architettura internazionale improntata a maggiore equità, una visione opposta all'unilateralismo trumpiano.
Sullo sfondo resta il timore dell'effetto domino. In contesti vicini come l'Argentina, dove la povertà ha raggiunto livelli critici, l'esito del voto brasiliano influenzerà inevitabilmente i prossimi equilibri elettorali. La contesa si è giocata su una polarizzazione esistenziale prima che politica: l'elettore tipo di Bolsonaro non votava un programma economico, ma votava "contro Lula", etichettato semplicemente come un nemico da eliminare. In questo scontro identitario, l'esplosione delle Chiese pentecostali negli ultimi anni ha fornito alla destra un bacino di consenso politico e ideologico formidabile.
Come riflettevo nell'ultimo paragrafo del mio libro, Brasile. Biografia di una nazione dall'indipendenza a oggi, pubblicato da Il Mulino nella collana Universale Paperbacks, la risposta del popolo brasiliano a questo bivio fondamentale è stata chiara: riconfermare che la dignità sociale e le garanzie democratiche rimangono l'unico argine possibile contro la disgregazione della società.
 

Federica Scotellaro