Elisa Frego, Adidas

A cura di VSM Alumni, febbraio 2026

Dal lusso allo sport: la passione per il “prodotto” come bussola per una carriera internazionale

Dagli studi in International Management alla Venice School of Management di Ca’ Foscari al mondo del lusso a Milano, fino a un ruolo internazionale nel footwear sportivo, il percorso professionale di Elisa Frego racconta come esperienze diverse possano trasformarsi in un’identità professionale solida quando esiste un filo conduttore chiaro: nel suo caso, la passione per il prodotto e la capacità di leggerlo da angolazioni diverse.
Dopo i primi passi nel merchandising in Dolce&Gabbana a Milano, Elisa ha scelto di ampliare il proprio orizzonte professionale e personale trasferendosi all’estero, portando con sé una forte sensibilità per il prodotto e la capacità di coniugare creatività, analisi e visione internazionale.
Oggi, come Senior Global Product Manager in Adidas, vive in Germania e lavora allo sviluppo di calzature destinate ai mercati globali, in un contesto multiculturale e dinamico dove innovazione, collaborazione e comprensione del consumatore diventano elementi centrali. In questa intervista ci racconta le tappe del suo percorso, le sfide affrontate e le competenze che hanno fatto la differenza.

Puoi raccontarci il tuo percorso professionale dopo la laurea? Come sei arrivata dal primo ruolo fino alla tua posizione attuale?
Dopo la laurea, come molti, ho iniziato con alcuni stage che mi hanno permesso di esplorare diversi settori e ruoli, capire cosa mi appassionava davvero e cosa invece sentivo più lontano da me. Poco alla volta ho scoperto che ciò che mi motivava di più era lavorare vicino al prodotto, contribuire in modo concreto a ciò che poi le persone avrebbero indossato o utilizzato.
Il mio primo vero capitolo professionale è iniziato a Milano come junior merchandiser nel mondo dell’abbigliamento e delle licenze per Dolce&Gabbana, azienda italiana del lusso. È stata un’esperienza preziosissima: ho potuto conoscere da vicino il contesto del lusso e del Made in Italy, con tutte le sue eccellenze e complessità, e imparare come nasce una collezione, dall’idea creativa fino al prodotto finale.
Cinque anni in questo settore mi hanno dato basi solide e la possibilità di conoscere da vicino un contesto davvero unico. Dopo un periodo così formativo, ho sentito il desiderio di ampliare ulteriormente le mie competenze e confrontarmi con un prodotto e un mercato differenti. Questo passo mi ha portata verso il mondo del footwear, un ambito che già ai tempi dell’università mi aveva incuriosita e che univa aspetti tecnici di prodotto alla mia passione per lo sport.
Accettare questa nuova sfida ha significato anche trasferirmi all’estero, in Germania. Non era la mia prima esperienza fuori dall’Italia — avevo già vissuto un Erasmus in Spagna e svolto uno stage proprio in Germania — ma farlo come professionista è stato molto diverso, richiedendo un adattamento più profondo e consapevole. Guardando indietro, è stato anche questo passaggio a contribuire in modo significativo alla mia crescita, non solo professionale ma anche personale.
Una coincidenza particolarmente significativa è che l’azienda in cui lavoro oggi, Adidas, è la stessa in cui ho svolto uno stage durante l’università e con cui ho scritto la mia tesi di laurea magistrale in International Management. In un certo senso è stato come riprendere un filo lasciato anni prima, ritrovando un settore che già allora mi affascinava e in cui oggi posso continuare a crescere e dare continuità alle esperienze maturate finora.

In che modo la formazione in Management ti ha aiutata ad affrontare un contesto internazionale e competitivo come quello in cui lavori oggi?
La formazione in Management ha dato una direzione alla mia curiosità e ha fornito una base solida da cui partire nel costruire il mio percorso professionale. Ricordo in particolare il percorso di laurea magistrale in International Management, dove le lezioni erano dinamiche e ben collegate alla realtà: alla teoria si affiancavano casi concreti, workshop e interventi di aziende sia locali sia internazionali. Questo approccio rendeva il percorso stimolante, capace di trasmettere visione e curiosità, oltre a valorizzare la volontà di mettersi in gioco dei vari studenti.
Un altro elemento determinante è stato studiare direttamente in inglese, un aspetto che si è rivelato molto utile nel muovere i primi passi in un ambiente di lavoro internazionale, che per me è sempre stato particolarmente stimolante. Allo stesso tempo, l’ambiente partecipativo e il confronto continuo con studenti e docenti ci spingevano a sviluppare spirito critico e ad affrontare ogni tema con una prospettiva più ampia.
Quell’abitudine al confronto costruttivo e a guardare le cose da più prospettive mi accompagna ancora oggi, soprattutto lavorando in un contesto realmente internazionale: nell’headquarter di Adidas collaboriamo con persone provenienti da oltre 100 nazionalità. In un ambiente così eterogeneo, comunicare con chiarezza e lavorare in modo efficace insieme non è solo un valore aggiunto, ma una necessità quotidiana.

Quali sono state le principali difficoltà che hai incontrato all’inizio della tua carriera e cosa ti ha aiutata a superarle?
Una delle ragioni per cui avevo scelto un percorso in Management era la varietà di possibilità che offriva, un vantaggio enorme soprattutto oggi. All’inizio della carriera, però, questa stessa ampiezza può generare un po’ di incertezza: ci si ritrova davanti a molti percorsi possibili e capire come orientarsi a volte richiede tempo, perché ci si ritrova in un ambiente, quello del mondo corporate, pieno di sfumature e dinamiche nuove.
Per me è stato importante fin da subito capire quale area e funzione sentissi più vicina ai miei interessi. Prima di arrivarci, però, qualche passaggio intermedio è stato utile: alcune esperienze, anche di stage, mi hanno aiutata a mettere meglio a fuoco cosa stavo cercando, altre mi hanno semplicemente chiarito cosa non rispecchiava del tutto le mie inclinazioni. Anche questi piccoli aggiustamenti di rotta hanno avuto il loro valore.
In questo percorso è stato inoltre fondamentale trovare alcune persone di riferimento. Nel tempo sono diventate veri e propri punti di appoggio: mi hanno aiutata a leggere meglio i contesti, a fare scelte più consapevoli e, in definitiva, a crescere.

Che cosa fa un Senior Product Manager nel mondo footwear in Adidas? Puoi raccontarci la tua giornata tipo — ammesso che le tue giornate siano davvero standardizzabili?
In realtà, le giornate non sono quasi mai uguali — ed è proprio questo uno degli aspetti più sfidanti, ma anche più stimolanti del ruolo. Riflette bene il mercato in cui lavoriamo: veloce, dinamico e caratterizzato da una richiesta di flessibilità sempre più alta da parte dei brand.
Nel mio ruolo seguo lo sviluppo prodotto lungo tutto il ciclo, dalla definizione del brief al momento in cui la scarpa arriva sul mercato. Significa impostare e guidare la visione del prodotto, collaborare con i team creativi e tecnici e trasformare quella visione in una proposta concreta che risponda in modo realistico alle esigenze del consumatore e alle opportunità dei vari mercati.
Durante questo percorso c’è anche un dialogo costante con i mercati: condividiamo gli avanzamenti, raccogliamo feedback e affiniamo sia il prodotto sia la strategia di lancio, così da garantirne un posizionamento chiaro e coerente.
Questa varietà di dinamiche è forse l’aspetto che più apprezzo del ruolo: permette di avere una visione completa della vita di un prodotto e di collaborare con molte funzioni diverse, sia a livello globale che locale.
Proprio perché si segue l’intero percorso, dal brief fino al mercato, un momento che non smette di sorprendermi — anche dopo anni — è vedere qualcuno per strada indossare un prodotto su cui ho lavorato. È un momento semplice ma significativo, che mi ricorda la portata delle decisioni che prendiamo nel quotidiano.

Secondo te, cosa può imparare il mondo del management dal mondo dello sport e, allo stesso tempo, cosa può imparare lo sport dal mondo del management?
Nello sport il contributo del singolo è sempre parte di una dimensione collettiva, e questo riflette molto bene anche la dinamica aziendale.
Penso che lo sport ricordi al management alcuni principi semplici ma fondamentali: avere obiettivi chiari, lavorare con costanza e saper adattare la strategia quando il contesto cambia.
Allo stesso tempo, lo sport può trarre spunti dal management, in particolare sulla visione di lungo periodo: pianificare, leggere il contesto e distribuire le risorse in modo strategico. Sono elementi che aiutano a dare continuità ai risultati e a costruire percorsi più solidi, oltre l’immediatezza della performance.
In fondo, i due mondi si incontrano anche su un punto chiave: entrambi si basano sulla creatività e sull’innovazione. Che si tratti di trovare una soluzione nuova a un problema di prodotto o di ripensare una strategia di gioco, la capacità di innovare — nel pensiero e nell’azione — è ciò che permette di fare davvero la differenza.

C’è un consiglio che oggi daresti alla te stessa studentessa, guardando indietro?
Guardando al mio percorso, mi direi di non avere la pressione di dover individuare subito “la scelta definitiva”. Ho lavorato con l’occhialeria, l’abbigliamento, il mondo unico del lusso e del Made in Italy e, adesso, nel footwear e nello sport, e ho scoperto che molte aziende apprezzano questa varietà nel percorso perché può generare sinergie con altri settori e portare prospettive nuove e complementari.
Esperienze diverse, soprattutto all’inizio, possono essere tutte preziose se, nel tempo, si riesce a costruire un filo conduttore che dia coerenza alle scelte e permetta di presentarsi nel mercato del lavoro con un profilo solido e riconoscibile. A volte non è tanto la singola esperienza a fare la differenza, quanto il modo in cui riesci ad arricchirla, a farla evolvere e collegarla alle successive. In tale contesto, essere sinceramente appassionati del settore aiuta più di quanto sembri: orienta le decisioni, rende naturale approfondire e, soprattutto, dà continuità alla motivazione.
Suggerirei inoltre di considerare, se possibile, una o più esperienze all’estero. Non perché sia automaticamente migliore, anzi, ma perché offre un confronto concreto con altri modi di lavorare e altri standard, e questo tipo di esposizione può accelerare molto la crescita professionale.


Il percorso di Elisa ricorda che le carriere più solide non nascono da traiettorie perfettamente lineari, ma dalla capacità di trasformare ogni esperienza in un tassello coerente di una visione più ampia. Muoversi tra settori diversi, cambiare contesto, mettersi in gioco in ambienti internazionali: non sono deviazioni, ma acceleratori di crescita quando esiste una chiara consapevolezza del proprio valore.
Dal lusso italiano al mondo globale dello sport, il filo conduttore resta il prodotto - osservato non solo come “oggetto”, ma come punto d’incontro tra creatività, cultura e persone. Ed è forse proprio questa capacità di leggere il cambiamento da più prospettive che oggi distingue i professionisti capaci di innovare davvero.