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Cambio rotta: un incontro per ripensare il proprio percorso universitario

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Ca' Foscari organizza il 14 maggio un incontro online con la dottoressa Giulia Lucia Cinque dedicato al ri-orientamento universitario. L’evento nasce con l’obiettivo di offrire uno spazio di riflessione e supporto a chi sta vivendo dubbi o difficoltà rispetto al proprio percorso di studi.

Sempre più spesso, infatti, studenti e studentesse si trovano a mettere in discussione le scelte intraprese: un corso che non risponde alle aspettative, un cambiamento di interessi o semplicemente il bisogno di ridefinire i propri obiettivi. Questo incontro si propone di accompagnare in un processo di consapevolezza e riorientamento, fornendo strumenti utili per affrontare il cambiamento in modo costruttivo.

L’iniziativa è rivolta non solo alla comunità cafoscarina, ma anche a studentesse e studenti provenienti da altri atenei che stanno valutando un possibile trasferimento o una nuova scelta formativa, guardando a Ca’ Foscari come opportunità per ripartire.

Attraverso il contributo della psicologa Giulia Lucia Cinque, l’incontro offrirà spunti pratici e momenti di confronto per comprendere meglio le proprie motivazioni, valorizzare le esperienze già fatte e progettare con maggiore chiarezza il futuro accademico e professionale.

L’evento si svolgerà online e rappresenta un’occasione preziosa per chi desidera fermarsi, riflettere e – se necessario – cambiare direzione con maggiore consapevolezza

In vista del seminario abbiamo già fatto qualche domanda alla psicologa Giulia Lucia Cinque.

Cambiare strada richiede coraggio: da dove si comincia per trovarlo?

Nel nostro immaginario il coraggio è associato a qualcosa che arriva tutto in una volta, prima di compiere qualsiasi passo. In realtà, raramente funziona così. Il coraggio nasce più spesso muovendoci, facendo piccoli passi anche con paura, senza aspettare di sentirci pronti al cento per cento. 

Il coraggio si trova già nel momento in cui ci concediamo di guardare con sincerità a come stiamo davvero, quando riconosciamo che qualcosa non ci rappresenta più e cominciamo ad esplorare alternative, anche solo mentalmente, senza sentirci in colpa per il fatto di avere dei dubbi. Avere coraggio non significa avere già una soluzione in testa, ma mettersi in ascolto di noi stessi e ammettere che qualcosa, oggi, non ci fa stare bene come vorremmo.

Quando una scelta non funziona, perché è così difficile ammetterlo, anche con sé stessi?

Per diversi motivi. Innanzitutto, mettere in discussione una scelta spesso significa mettere in crisi anche l'immagine di noi stessi che ci siamo costruiti intorno a quella scelta. Capita di identificarci a volte con il percorso formativo o professionale che abbiamo intrapreso: diventa parte di come ci presentiamo e di come gli altri ci vedono. Questo è ancora più evidente nella cultura veneta e del nord-est, dove la realizzazione professionale ha spesso un forte valore identitario. Dire "non fa per me" può sembrare, erroneamente, di dire "ho sbagliato chi sono", e questo fa paura.

Poi c'è il peso delle aspettative. Non è semplice dire alla famiglia, agli amici o a chi ci sostiene che il percorso che tutti immaginavano per noi, in realtà, non ci rappresenta, non ci appaga, non ha più senso. E chi ha sempre avuto le idee chiare, chi ha raggiunto i propri obiettivi con una certa facilità, chi è sempre stato percepito come una persona sicura e coerente nelle scelte, si trova a fare i conti con un'immagine nuova di sé: quella di chi per la prima volta si sente incerto e cambia idea.

C'è anche un aspetto più pratico: nelle scelte importanti investiamo impegno, tempo, energia, spesso anche risorse economiche. Rimettersi in una condizione di scelta è faticoso, e l'essere umano, se potesse evitare di decidere, lo farebbe volentieri. Per questo spesso si preferisce rimandare quel momento di consapevolezza, piuttosto che affrontare il peso di una nuova decisione.

Quanto incide la paura di aver “fallito” nel bloccare un cambiamento?

Incide molto. A volte restiamo in situazioni che non ci fanno stare bene pur di non sentirci "quelli che mollano, o quelli che falliscono". E spesso il peso più grande non è di per sé la scelta di cambiare, ma il fatto di doverla spiegare agli altri — e quindi giustificare perché non stiamo bene in una situazione che dall'esterno sembra perfetta. Pur di evitare quel confronto faticoso si resta lì dove si è, finendo per autoconvincersi che in fondo non sia poi così male. Associare il cambiare idea al perdere valore è un automatismo pericoloso.

C’è un modo per rileggere questi momenti come ‘passaggi utili’?

Sì, ed è una delle cose più importanti che possiamo fare. Un percorso che non ha funzionato non è un percorso sprecato perché di sicuro ci ha insegnato qualcosa: su cosa non vogliamo, su cosa ci motiva davvero, su quali contesti ci fanno stare bene. Quando ci fermiamo a rileggere un'esperienza con curiosità anziché con giudizio, spesso scopriamo che ci ha avvicinati a una consapevolezza che prima non avevamo. Non è retorica: è un lavoro vero, che richiede tempo e a volte anche un accompagnamento, ma cambia profondamente il modo con cui guardiamo avanti.

Quali segnali interiori dovremmo imparare ad ascoltare di più?

Il senso di disconnessione, una stanchezza che non si rigenera mai davvero, la perdita di curiosità, il sentirsi sempre fuori posto. Ma ci sono anche segnali più positivi ma anche meno ovvi, e che quindi spesso sottovalutiamo. Per esempio, quando invece di dedicarci ai nostri impegni quotidiani ci ritroviamo spontaneamente attratti da altro. Anche questo dice molto: può indicarci ciò che ci interessa davvero, ciò che ci fa sentire vivi e ci restituisce energia.

Mi capita di ascoltare storie di ragazzi e ragazze che comprendono di voler cambiare corso di laurea perché passano più tempo a esplorare con entusiasmo altri percorsi di studio che a preparare i propri esami. A volte capiamo che è il momento di cambiare strada perché riconosciamo non solo ciò che pesa, ma anche ciò che chiama.

Se dovesse lasciare un messaggio a chi oggi si sente bloccato, quale sarebbe?

Che sentirsi bloccati non significa necessariamente essere fermi. Spesso sotto quella sensazione di stallo c'è un lavoro interiore che sta già succedendo: si sta capendo che qualcosa non va, si stanno mettendo in discussione aspetti importanti della propria vita, si sta cercando una direzione più autentica. Direi: non avere fretta di risolvere tutto e di pretendere risposte immediate. A volte basta fermarsi e fare spazio a domande sincere. E soprattutto, non restare soli con quel peso. Condividerlo con qualcuno può fare la differenza: a volte basta una conversazione, un confronto, per rimettere in moto qualcosa e guardare le cose da una prospettiva nuova.

Sara Moscatelli