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Tra campi, kurgan e montagne arcobaleno. Diario di una missione archeologica nel Caucaso Meridionale

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La missione archeologica in Georgia è una dei molti progetti di archeologia sul campo promossi dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ogni anno coinvolgono studenti e studentesse in attività di ricerca in Italia e all’estero.

Tra questi, il Georgian-Italian Gardabani Archaeological Project (GIGAP) rappresenta un’importante esperienza di collaborazione internazionale nel Caucaso Meridionale. A raccontarla è Joel Lovat, studente cafoscarino che ha partecipato alla missione 2025 e ha scelto di condividere il suo vissuto sul campo in un racconto personale.

« Anche nel 2025 si è conclusa la missione archeologica nel Caucaso meridionale del GIGAP – Georgian-Italian Gardabani Archaeological Project, progetto dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, la cui responsabile scientifica è la prof.ssa Elena Rova, in collaborazione con la Ilia State University di Tbilisi.

Un’esperienza che ci ha portato da Venezia alla municipalità di Gardabani, nella regione georgiana di Kvemo Kartli: un territorio di confine, strategicamente collocato tra Georgia, Armenia e Azerbaijan, e proprio per questo ricco di potenzialità archeologiche.

Un paesaggio, mille mondi

Gardabani è una regione sorprendentemente eterogenea. A ovest si estende la pianura fertile del fiume Kura, intensamente coltivata; a est il paesaggio cambia bruscamente, diventando più arido e ondulato. In pochi chilometri si passa da campi di mais e frumento, canali d’irrigazione e fitte nebbie mattutine che ricordano la Pianura Padana, a steppe apparentemente infinite, interrotte solo da colline e da enormi complessi industriali di epoca sovietica.

Greggi di pecore e capre, mandrie di mucche e gruppi di cavalli accompagnati dai loro pastori punteggiano l’orizzonte, mentre falchi e aquile sorvolano silenziosamente il territorio. Scenari che sembrano usciti da un western, e che hanno fatto da sfondo all’inizio della nostra missione archeologica.

Ca’ Foscari in Georgia

Il progetto GIGAP si fonda su un approccio multi- e interdisciplinare, che combina scavi archeologici, ricognizioni di superficie, studio delle collezioni museali e ricerche paleoambientali, con l’obiettivo di ricostruire la storia del territorio di Gardabani e delle aree limitrofe.

Nel 2025 il lavoro si è concentrato soprattutto sul completamento di un’ampia survey archeologica di superficie, che ha interessato gran parte dell’area meridionale della municipalità: circa 12.000 ettari, di cui oltre 2.400 percorsi a piedi. Un’attività faticosa, ma fondamentale, alla ricerca di reperti, strutture e tracce utili a ricostruire l’occupazione umana del territorio nel lungo periodo.

Le “Rainbow Mountains” e i kurgan

Dopo giorni trascorsi nei campi della pianura, per variare il panorama – e nella speranza di risultati più abbondanti – il team ha deciso di spostarsi sulle colline circostanti. Il 14 e 15 novembre la ricerca si è concentrata sulle alture, fino a raggiungere uno degli ambienti più spettacolari della regione: le celebri “Rainbow Mountains”.

Questi rilievi multicolori sono il risultato di decine di milioni di anni di stratificazioni geologiche, che hanno creato un mosaico di sfumature rosse, verdi, arancioni e grigie. Piane estese si alternano a gole scavate da corsi d’acqua stagionali, mentre le colline assumono forme coniche, piatte o appuntite, tanto da sembrare, viste da lontano, imponenti fortificazioni di pietra in un paesaggio quasi desolato.

Un ambiente affascinante, ma anche estremamente favorevole alla nascita di insediamenti antichi. Non a caso, sia sulle cime sia ai loro piedi, sono emerse tracce di siti di diverse epoche, dalla Tarda Età del Bronzo al Medioevo, riconoscibili grazie a concentrazioni di ceramica, ossidiana e resti di strutture in pietra.

Tra i ritrovamenti più significativi figurano numerosi kurgan, veri protagonisti del progetto GIGAP. Si tratta di tumuli funerari – colline artificiali di terra e/o pietra – diffusi in tutta l’Eurasia e utilizzati come luoghi di sepoltura per millenni, dal V millennio a.C. fino ai primi secoli dell’era cristiana.
 I kurgan individuati a Gardabani non raggiungono le dimensioni monumentali dei più celebri esempi eurasiatici, ma sono ancora inesplorati: una circostanza che li rende particolarmente preziosi e promettenti per le future ricerche.

Pobeda: il villaggio segreto delle spie sovietiche

Tornati nelle distese pianeggianti, le sorprese non sono mancate. Il 22 novembre, a poca distanza dall’area di ricognizione, abbiamo notato un insediamento che sembrava completamente abbandonato. Terminato il lavoro sul campo, la curiosità ha avuto la meglio e abbiamo deciso di esplorarlo.

Strade dissestate, edifici crollati, un vecchio serbatoio dell’acquedotto, ciò che restava di un campo da calcio e palazzine in rovina davano l’impressione di un luogo disabitato da decenni. Ma alcuni dettagli – lucchetti moderni, pollai con galline, piccoli orti, taniche per l’acqua, animali domestici – raccontavano un’altra storia: lì, in qualche modo, la vita continuava.

Informandoci, abbiamo scoperto che quel luogo si chiamava Pobeda (in russo “Vittoria”). Costruito negli anni ’50, era un villaggio sovietico ad accesso controllato, riservato al personale del KGB e del GRU, impegnato in due installazioni militari segrete della zona. Circa 600 persone – ufficiali, militari e famiglie – vivevano lì, in condizioni relativamente confortevoli, fino al crollo dell’URSS nel 1991. Oggi restano solo rovine, pochi abitanti e molti segreti ormai perduti.

Oltre l’archeologia

La missione non è stata fatta solo di lavoro. Ci sono stati incontri con i pastori azeri sulle sponde del lago Jandara, visite a Tbilisi, la “Parigi del Caucaso”, alle rovine medievali di Samshvilde, e al museo di Khashuri, ai piedi del Grande Caucaso.

E poi i momenti di convivialità, culminati nell’ormai leggendaria “Khinkali challenge” dell’ultima sera: venti khinkali, una sorta di grandi ravioli con ripieni vari, mangiati dal vincitore, un record che ha stupito persino i colleghi georgiani.

Arrivederci Georgia

La missione 2025 si è conclusa, ma a giugno 2026 il GIGAP tornerà in Georgia. Nuove ricerche, nuove scoperte e, sicuramente, nuove storie da raccontare.» 
È possibile seguire i prossimi passi della missione su Instagram e Youtube

 

Sara Moscatelli