Laurea in Economia Aziendale
La carriera prende forma strada facendo, osservando e sperimentando
Quando studiava Economia Aziendale a Ca’ Foscari, Stefano Rossi aveva un obiettivo concreto: concludere gli esami e iniziare a lavorare senza pesare sulla famiglia. La direzione da prendere, invece, era ancora tutta da scoprire. A definirla sarebbero stati gli incontri, le esperienze e un’attitudine al lavoro per progetti riconosciuta nel tempo.
Stefano Rossi ha trascorso venticinque anni nel settore della moda, ricoprendo ruoli di responsabilità nelle risorse umane, nell’organizzazione e nei sistemi informativi in aziende come Benetton, Geox e Replay. Il passaggio a H-FARM come Direttore Operativo lo ha poi avvicinato all’innovazione e al mondo dell’education, aprendo la strada a una nuova fase professionale: dal 2020 lavora come advisor e temporary manager. Oggi affianca alla consulenza l’insegnamento di Human Resource Management alla Venice School of Management di Ca’ Foscari.
In questa intervista ripercorre le esperienze che hanno plasmato il suo modo di lavorare e riflette sulle responsabilità di chi si occupa di persone e organizzazioni: comprendere il business, costruire fiducia e accompagnare il cambiamento. A chi sta ancora studiando o si sta affacciando ora al mondo del lavoro, lascia un invito a sperimentare, anche quando la propria strada non è ancora chiara.
Partiamo dai banchi dell’università: che studente era Stefano Rossi e con quali aspettative guardava al proprio futuro professionale?
Era uno studente con un obiettivo molto concreto: finire gli esami nel più breve tempo possibile e andare a lavorare, senza pesare sulla famiglia, dato che suo padre era mancato quando era ancora molto giovane. Come alternativa a Ingegneria ha scelto Economia Aziendale, Indirizzo Quantitativo. In realtà non aveva una grande visione di quello che avrebbe fatto: man mano che prendeva coscienza del mondo aziendale si immaginava Commerciale, Consulente, Analista Informatico… ruoli molto diversi tra loro che, dopo (tanto dopo), ha scoperto essere legati alla sua attitudine a lavorare per progetti.
Beh, di quel periodo ho infatti un bellissimo ricordo: pur avendo studiato in un ateneo vicino a casa, ho conosciuto molte compagnie di amici diverse, con cui sono ancora in contatto. Oltre ai corsi universitari facevo qualche lavoretto: programmavo con il mio Apple 2e, facevo il supplente di laboratorio informatico alle superiori, aiutavo parenti e amici con piccole attività a registrare le fatture. E poi mi allenavo nel canottaggio. Sinceramente, non pensavo a pianificare il mio futuro.
Tra gli insegnamenti ricevuti durante gli anni universitari, quali hanno influenzato maggiormente la tua scelta di lavorare nell’ambito delle risorse umane?
Domanda complicatissima! Oltre ai corsi di indirizzo quantitativo — Statistica I e II, Statistica Progredito, Ricerca Operativa, Informatica — quelli che sentivo più miei erano quelli del Prof. Franco Isotta, Organizzazione del Lavoro, e del Prof. Giovanni Costa, Amministrazione del Personale e Analisi delle Mansioni. Nonostante questo, non ho mai pensato alle Risorse Umane come porta d’ingresso nel mondo del lavoro.
Non è successo nemmeno quando il Prof. Costa mi accettò come laureando e mi assegnò una tesi di organizzazione, un progetto da cui ho imparato tantissimo. L’attitudine per l’Organizzazione, e più in generale per le Risorse Umane, iniziò a manifestarsi quando entrai in Benetton, ancora una volta grazie al mio professore, che ha creduto in me. Lì ho ricoperto il ruolo di Analista di Organizzazione Jr., in una squadra fantastica, fatta di persone straordinariamente capaci.
In azienda c’erano competenze da vendere e il lavoro si viveva con un misto di professionalità e divertimento, senza che mancassero — anzi — momenti di confronto duro, a volte durissimo, ma sempre sano. Non solo: in Benetton collaboravano molti tra i migliori consulenti italiani e internazionali. Stare nella funzione Organizzazione e Sviluppo e lavorare con quelle persone, che non finirò mai di ringraziare, mi ha dato tanto sul piano umano e su quello professionale.
Il suo percorso si è sviluppato tra aziende come Benetton, Geox, Replay e H-FARM, realtà molto diverse tra loro. Che cosa le ha insegnato il passaggio tra settori, culture e fasi aziendali differenti?
Sì, il mio percorso mi ha dato l’opportunità di accumulare esperienze molto diverse, pur avendo cambiato pochi lavori. Ho attraversato contesti profondamente differenti e, soprattutto, ho lavorato accanto a persone di competenza elevatissima. Provo a fare qualche esempio.
La prima esperienza in Benetton, come dicevo, mi ha dato l’imprinting iniziale: lì ho lavorato all’interno di un modello organizzativo per quegli anni molto evoluto, guidato da un team manageriale estremamente preparato e strutturato. Sull’avvio del mio percorso professionale hanno pesato anche il respiro internazionale del business e l’apertura verso tutto ciò che era nuovo, verso la sperimentazione.
I quindici anni in Geox mi hanno invece dato l’opportunità di mettermi alla prova. Ho assunto fin da subito un ruolo apicale in una realtà che cresceva moltissimo in Italia e all’estero: fabbriche di proprietà nei paesi dell’Est, produttori terzi in Asia e nel Sud del Mediterraneo, filiali di vendita in Europa, Asia e Stati Uniti, negozi diretti e in franchising distribuiti in tutto il mondo. Vivere una crescita così tumultuosa occupandomi di Organizzazione, Risorse Umane e Sistemi Informativi mi ha dato davvero tanto. Ho anche potuto costruire la funzione HR come la sentivo io: forse non era da manuale, ma contava su un gruppo di bravissimi collaboratori e collaboratrici e, grazie alla volontà del vertice, era una funzione veramente vicina al business.
In H-Farm ho dovuto rivedere completamente il mio approccio all’azienda e al lavoro: le parole chiave erano innovazione, organizzazione flessibile costruita più sulle persone che sui processi, apertura alle idee nuove e sperimentazione. A far crescere ulteriormente le mie competenze è stato il forte coinvolgimento nel progetto Education, che per me significava “un altro mondo”.
Da alcuni anni svolgo poi un ruolo di Advisor e Temporary Manager che, prima dell’esperienza in H-Farm, non mi sarebbe mai passato per la mente. Ho deciso di dimettermi e di “buttare il cuore oltre l’ostacolo” a metà del 2019, per poi aprire la partita IVA a marzo 2020: di fatto, ripartire da zero. Le collaborazioni di questi anni mi hanno insegnato a cambiare approccio molto rapidamente, adattandolo al contesto per offrire il servizio più efficace. Anche qui ho incontrato persone e professionisti di valore con cui ho condiviso, e continuo a condividere, un percorso molto stimolante.
Per tornare alla domanda, dunque, esperienze così diverse mi hanno prima di tutto permesso di sviluppare la capacità di leggere rapidamente il contesto e di gestire ambiti e attività che, di solito, stanno fuori dal perimetro delle Risorse Umane. Mi hanno anche insegnato a distinguere — con una buona percentuale di riuscita — chi è davvero competente da chi sa soltanto vendersi bene.
Nel corso della sua carriera ha lavorato tra risorse umane, organizzazione, innovazione e tecnologia. Come è cambiato il ruolo dell’HR manager rispetto ai suoi primi anni professionali?
Partirei da quello che, secondo me, NON è cambiato: la funzione HR continua a non essere vicina al business come dovrebbe. Probabilmente molti non saranno d’accordo, ma io ne sono convinto. Anzi, i temi emersi nel post-covid hanno contribuito ad allontanarla. L’HR si trova sempre più spesso a occuparsi di Wellbeing, Diversity & Inclusion e, in generale, degli aspetti più soft della gestione delle persone. Non voglio essere frainteso, sono tutti temi importantissimi e — non ci sono dubbi — vanno presidiati dalla funzione Risorse Umane, ma senza mai perdere di vista la vicinanza al business.
Se poi si aggiunge l’AI, che sta rivoluzionando processi, organizzazioni e approcci al lavoro e incide sulle competenze di tutte le generazioni, allora chi fa Organizzazione e Risorse Umane deve accompagnare i processi di cambiamento, lavorando affinché le persone acquisiscano metodo, capacità critica e un atteggiamento più aperto verso i cambi di direzione, che sono continui.
Non solo: il ruolo delle Risorse Umane è anche, e soprattutto, quello di creare in azienda un clima di fiducia. E la fiducia nasce dalla chiarezza delle responsabilità — non necessariamente dei mansionari —, dalla condivisione delle informazioni, dalla valorizzazione del lavoro in sé, dalla trasparenza dei processi e dalla collaborazione tra le persone nei progetti aziendali. Tutto questo in contesti complessi, che cambiano continuamente per adattarsi sia al business che alle dinamiche sociali.
In conclusione, lavorare appiccicati al business resta essenziale, anche se rispetto al passato le responsabilità di chi fa Risorse Umane si sono allargate a molti altri temi.
Accanto all’attività manageriale e consulenziale, è tornato alla Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari Venezia come docente di Human Resource Management. Che effetto le fa insegnare nelle aule in cui un tempo era studente?
Per fortuna non sono le stesse aule, altrimenti mi partiva la malinconia! Battute a parte, è stata ed è un’esperienza bellissima. Faticosa, perché si incastra con gli impegni di consulenza, ma quando arriva il periodo delle lezioni sono sempre curioso di conoscere gli studenti: per me è un onore poter trasmettere loro quello che ho imparato lungo il mio percorso professionale.
In aula punto molto a confrontare quanto riportato nei testi con quello che succede davvero in azienda, facendo attenzione a non far passare l’idea che la teoria non abbia nulla a che fare con la pratica: sarebbe un approccio banale e poco costruttivo. A volte racconto anche degli aneddoti, importanti per me perché hanno segnato i passaggi principali della mia crescita, e poi mi chiedo se valesse davvero la pena farlo: il contesto è cambiato e magari ai ragazzi non interessano. Però dai, alla fine mi sembra che funzioni.
Se potesse tornare al giorno della sua laurea e incontrare il giovane Stefano Rossi, quale consiglio gli darebbe? E quale messaggio vorrebbe lasciare agli studenti e agli alumni della Venice School of Management?
Gli direi di ascoltare la pancia, di pensare di più a sé stesso, di non farsi influenzare troppo dagli altri e dalla famiglia e di esprimere i propri obiettivi, anche quando non sono ancora chiari. Più in generale, il mio consiglio è di provare cose diverse senza farsi problemi e di non avere fretta di trovare la propria strada. Bisogna però essere intraprendenti e fare anche ciò che, in apparenza, non ha nulla a che vedere con quello che ci piacerebbe fare. Sperimentare, provare, guardare come fanno gli altri e riprovare.