“Li sto aiutando o li sto perdendo?”: l’universo emotivo dei padri migranti nel progetto del ‘Marie Curie’ Syed Imran Haider
Cosa significa essere padre quando il proprio ruolo genitoriale è confinato allo schermo di uno smartphone? Per migliaia di uomini migranti in Italia, la fine di un lungo turno di lavoro segna l’inizio di un secondo ruolo, altrettanto impegnativo: prendersi cura della propria famiglia dall’altra parte del mondo.
Sebbene il dibattito pubblico riduca spesso la migrazione a dati economici, statistiche occupazionali e trasferimenti di denaro, la complessa realtà emotiva degli uomini che si celano dietro questi numeri rimane quasi sempre invisibile.
Esplorare questo panorama così delicato è l’obiettivo di Syed Imran Haider, ricercatore Marie Skłodowska-Curie ospitato dal Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali. Sotto la supervisione del professor Francesco Della Puppa, il suo progetto di ricerca “TFNMPC – Transnational Fatherhood, Negotiating Masculinity and Parental Care in the Digital Communication Era” (Paternità transnazionale, negoziazione della mascolinità e cura genitoriale nell’era della comunicazione digitale) approfondisce il vissuto dei migranti pakistani in Italia.
Grazie a un approccio intersezionale, lo studio analizza come questi padri riescano a bilanciare vita familiare, lavoro e aspettative sociali oltre i confini geografici. La ricerca esplora anche come i moderni strumenti di comunicazione digitale rappresentino un’arma a doppio taglio: da un lato offrono una connessione quotidiana e fondamentale e dall’altro generano nuove forme di ansia legate alla difficoltà di crescere i figli a distanza.
Dottor Haider, potrebbe descriverci una giornata tipo di uno dei padri coinvolti nel suo studio? Com’è fare il genitore quando il proprio figlio si trova a migliaia di chilometri di distanza?
Una giornata tipo inizia prima dell’alba. La maggior parte dei padri svolge turni di lavoro da 8 a 12 ore in settori fisicamente impegnativi (fabbriche, magazzini, cucine o consegne) Vivono in alloggi condivisi, insieme ad altri 4-8 uomini, per ridurre al minimo le spese.
Il loro impegno genitoriale inizia dopo il lavoro, tramite smartphone, soprattutto via WhatsApp. Tuttavia, queste interazioni sono spesso molto dirette e di natura puramente funzionale, piuttosto che emotivamente intime. Come ha descritto un padre: “Dicono che io sia troppo severo, troppo autoritario. Ma che scelta ho? Sono lontano, non posso vedere la loro vita quotidiana. Devo fare domande, devo indagare, per assicurarmi che siano sulla strada giusta”.
La routine quotidiana, per molti, si conclude con la preghiera (salat) e la supplica (dua) come meccanismo di coping fondamentale. Un padre a Napoli ha raccontato: “Prego che Allah li protegga. È tutto quello che posso fare da qui”.
Che tipo di difficoltà emotive devono affrontare questi uomini? Qual è un aspetto della loro esperienza che le persone in Pakistan, o la gente del posto qui in Italia, potrebbero fraintendere completamente?
La principale sfida è il ‘lavoro emotivo della paternità transnazionale’: gestire la solitudine interiore e il senso di colpa, pur dando l’immagine di una situazione economica solida. Al momento del ricongiungimento familiare, spesso emerge una nuova crisi di autorevolezza paterna dovuta a un ‘divario linguistico-istituzionale’. I padri hanno una padronanza funzionale dell’italiano necessaria per il lavoro, ma non dispongono del vocabolario specialistico richiesto per orientarsi nel sistema scolastico. Un padre ha osservato: “Guadagno i soldi che permettono loro di frequentare questa scuola costosa… Ma l’insegnante parla solo con mia moglie, e mio figlio chiede a lei di leggere la pagella. Rispettano i miei soldi, ma non rispettano le mie conoscenze. Mi sento come se fossi solo un bancomat per la scuola”.
Le famiglie a casa spesso riducono il padre al ruolo di semplice sostentatore economico, trascurando il suo vuoto emotivo. Un partecipante ha detto: “A volte mi chiedo: sono un capofamiglia o un padre? Perché mi sembra di non poter essere entrambe le cose da qui”.
La società spesso vede questi uomini esclusivamente come manodopera economica anonima, scambiando il loro stoicismo per indifferenza. C’è anche il falso presupposto che il contatto digitale preservi perfettamente l’intimità. Un padre di Bergamo ha rivelato: “Ogni mattina mi sveglio con un sorriso per il mondo, ma nel profondo porto con me un dolore costante – non abbraccio mia figlia da più di due anni”.
Abbiamo una stima di quanti uomini pakistani vivono attualmente in Italia senza le loro famiglie? Quanti padri avete coinvolto nel vostro progetto?
Al 1° gennaio 2023, i pakistani regolarmente residenti in Italia erano 138.884 (la nona comunità extra-UE più numerosa). Dal punto di vista demografico, il 71,8% sono uomini, il che li rende la seconda diaspora maschile più grande del Paese. Il 43,1% ha meno di 30 anni e il 47% ha un’età compresa tra i 30 e i 50 anni. La stragrande maggioranza proviene dai distretti centrali del Punjab: Gujrat (24%), Mandi Bahauddin (12,7%) e Gujranwala (8,7%).
Il progetto di ricerca ha coinvolto diversi gruppi di partecipanti in 5 studi distinti:
- Studio 1 (Paternità transnazionale): 30 padri migranti a Bergamo e Napoli, residenti in Italia da almeno 5 anni (in media da 8 a 9 anni).
- Studio 2 (Prospettive degli adolescenti): gli stessi 30 padri, abbinati a 29 dei loro figli e figlie adolescenti (16 maschi, 13 femmine) rimasti nel Punjab, in Pakistan.
- Studio 3 (Studio WhatsApp): 71 migranti pakistani intervistati tramite un gruppo online (“Family Reunion & Cohesion”) con oltre 400 membri.
- Studio 4 (Ripaternalizzazione): 14 famiglie ricongiunte (14 madri, 14 padri) a Napoli, che vivono insieme da 2–5 anni con figli arrivati all’età di 5–10 anni.
- Studio 5 (Metodologia): un’analisi longitudinale che documenta il coinvolgimento relazionale del ricercatore con i partecipanti nel corso del tempo.
Durante le sue indagini, c'è stata una storia o un momento particolare che le è rimasto impresso?
Ci sono stati diversi momenti chiave che hanno rivelato i difficili compromessi dei genitori che vivono a distanza. Ad esempio, un padre di Bergamo ha ricordato il disagio emotivo provato per aver perso i primi momenti dello sviluppo dei suoi bambini: “Ho tenuto in braccio mio figlio per la prima volta quando aveva cinque mesi, durante una visita in Pakistan. Quel ricordo è ciò che mi dà la forza di andare avanti, ma mi spezza il cuore ogni notte. Ricordo il peso di mia figlia tra le mie braccia quando sono andato a trovarla; ora deve essere cresciuta tantissimo. E io non ero lì a vederla”.
Un altro padre ha espresso un senso viscerale di impotenza per essere stato fisicamente assente durante un’emergenza familiare: “Mio figlio più piccolo si è fatto male sulle scale e ha avuto bisogno di qualche punto di sutura. Ho visto le foto in seguito, ma non ero lì per abbracciarlo, per dirgli che andava tutto bene. Mi sono sentito un padre inutile”.
Per le famiglie ricongiunte, la barriera si sposta a livello istituzionale, causando una sorta di emarginazione domestica. Due padri hanno raccontato: “La parte più difficile sono i compiti. Mio figlio mi chiede aiuto, io guardo il foglio ed è tutto in italiano, con metodi completamente nuovi. Mi sento stupido, e lui va dritto da sua madre per avere la risposta. Non riesco nemmeno ad aiutare mio figlio con lo studio”.
“A scuola vedono me e chiedono subito di mia moglie. L'insegnante ha detto: 'Abbiamo bisogno di qualcuno che possa tradurre rapidamente alla famiglia'. Non offrono un traduttore per me, quindi si rivolgono a lei, dato che è abituata a usare internet e l'intelligenza artificiale per lo studio dei bambini. Lì mi sento invisibile, come se fossi solo l'autista o il portafoglio".
In che modo gli strumenti digitali stanno cambiando il concetto stesso di paternità per i migranti? Quali app utilizzano maggiormente per rimanere in contatto o per esercitare il controllo genitoriale?
L’utilizzo delle app ha introdotto una ‘copresenza digitale’ ambivalente. Se da un lato le piattaforme facilitano il ‘digital kinning’ (il mantenimento dei legami familiari attraverso strumenti ‘smart’), dall’altro alimentano un paradosso della protezione a distanza, trasformando la tecnologia in un panopticon digitale per il controllo costante dei comportamenti morali, a causa dei timori relativi all’influenza dei coetanei e alla virtù delle figlie.
La disciplina viene imposta attraverso interrogatori intensi, pressioni morali relative ai sacrifici economici del padre e una sorveglianza rigorosa delle attività digitali. Ciò spesso induce gli adolescenti a chiudersi emotivamente a causa di una percepita mancanza di fiducia. È difficile trasmettere un vero sostegno emotivo online, perché la comunicazione rimane fortemente transazionale. Una figlia ha osservato: “Quando ho un problema, specialmente qualcosa di personale, non riesco a parlarne con lui. È un uomo ed è così lontano. Non capirebbe”.
WhatsApp è il ponte digitale più utilizzato in assoluto, impiegato per videochiamate, chiamate vocali e condivisione di contenuti multimediali. Le reti della diaspora utilizzano inoltre gruppi WhatsApp dedicati come centri di informazione per affrontare collettivamente gli ostacoli legali, abitativi e legati al ricongiungimento familiare. In sostanza, la tecnologia funge da lente d’ingrandimento della diffidenza piuttosto che da ponte che agevola gli scambi affettivi.
Tradizionalmente, esiste un’aspettativa culturale che vuole gli uomini come stoici ‘sostentatori’ economici (provider). In che modo la genitorialità a distanza mette in discussione questo modello?
La paternità tradizionale in Pakistan si basa appunto sul sostegno economico, sull’autorità fisica diretta, sulla protezione della famiglia e sullo stoicismo emotivo. La separazione va a frantumare questa struttura. Sebbene i padri riescano a inviare con successo le rimesse, perdono il loro ruolo di supervisione quotidiana. Un padre si è lamentato: “Lavoro dodici ore al giorno in un magazzino, ma a quale costo? A volte mio figlio mi chiama ‘zio’ per sbaglio.”
La definizione di ‘buon padre’ sta subendo un cambiamento silenzioso e carico di tensione, passando dal sostegno puramente economico a quello emotivo. Tuttavia, la nostra ricerca mostra che per molte famiglie questo processo si traduce in uno stallo nella ‘ripaternalizzazione’. Quando i padri finalmente portano le loro famiglie in Italia, le barriere strutturali, linguistiche e culturali presenti nelle istituzioni occidentali li mantengono emarginati, impedendo loro di riappropriarsi della tradizionale autorità di capofamiglia. La forza paterna viene così dolorosamente ridefinita come la capacità di sopportare in silenzio un isolamento emotivo a lungo termine e un’influenza domestica ridotta al minimo.
Il loro approccio genitoriale cambia a seconda che stiano crescendo un maschio o una femmina?
L’educazione dei figli rimane rigidamente legata al genere, e le ansie legate al ruolo di genitore a distanza spesso inducono i padri a rafforzare le aspettative tradizionali e restrittive, anziché allentarle.
Quando si cresce un figlio maschio, l’attenzione principale è rivolta al rendimento scolastico, alla buona condotta e all’evitare le ‘cattive compagnie’ (droga o delinquenza). I ragazzi sono spesso sottoposti a una ‘maturazione prematura’, costretti a comportarsi come capofamiglia in Pakistan. Un ragazzo di 16 anni ha dichiarato: “Sento questa pressione di dover essere l’uomo di casa già adesso, anche se vado ancora a scuola. È stressante e a volte vorrei solo scappare”.
Per quanto riguarda le figlie, l’educazione è fortemente incentrata sull’onore (izzat), che ruota attorno alla reputazione della famiglia, alla stretta sorveglianza sui social media e alle prospettive matrimoniali future. Un padre ha raccontato: “La paura più grande è che mia figlia possa avere una relazione con qualcuno di inadatto… Cerco di controllare il loro uso del telefono, ma queste cose succedono così in fretta”. Le figlie riferiscono di sentirsi profondamente soffocate da questo monitoraggio a distanza. Una di loro ha ribattuto: “È come se pensasse che mi dimenticherò tutto quello che ci è stato insegnato. Mi fa sentire come se non mi conoscesse affatto”.
Questa pressione strutturale è ulteriormente rafforzata a livello locale dai membri della famiglia allargata (nonni e zii) che controllano i ragazzi in loco, creando un doppio livello di sorveglianza che limita le figlie molto più dei loro coetanei maschi.
In che modo le interazioni con la popolazione locale italiana influenzano l’esperienza genitoriale dei padri pakistani?
Le interazioni sociali dirette con la popolazione locale italiana sono estremamente limitate a causa delle barriere linguistiche, degli orari di lavoro impegnativi tipici dei lavoratori manuali e della tendenza a vivere all’interno di comunità di espatriati molto compatte. Tuttavia, i padri subiscono un’influenza indiretta attraverso l’osservazione, che spesso induce un senso di colpa. Un padre ha ammesso: “Quando vedo altri uomini con i propri figli al parco, distolgo lo sguardo. Il senso di colpa è troppo pesante”.
Il più grande scontro culturale e istituzionale si verifica però all’interno del sistema scolastico italiano. I padri ricongiunti si aspettano una struttura scolastica basata sui loro ricordi del Pakistan (apprendimento mnemonico, disciplina rigida, autorità genitoriale assoluta). Invece, si trovano di fronte a norme pedagogiche italiane che favoriscono il dialogo interattivo tra genitori e insegnanti e la partecipazione attiva di studenti e studentesse. Una madre ha illustrato questo attrito: “È andato alla prima riunione con i genitori, ma non conosceva il sistema... L’insegnante si è confusa. Alla fine gli ho detto: ‘Tu resta fuori, la prossima volta parlerò io’. Lui non conosce le regole di qui.”
Sebbene il focus del suo studio sia specifico, la realtà degli uomini che si trasferiscono per lavoro per sostenere le proprie famiglie è un fenomeno globale. In che modo comprendere la vita emotiva di questi padri migranti ci aiuta a costruire un futuro migliore e più inclusivo?
Comprendere queste realtà emotive ci permette di andare oltre il considerare gli uomini migranti semplicemente come strumenti economici o fonti di rimesse, riconoscendoli invece come figure genitoriali attive con vulnerabilità psicologiche ben precise. Un quadro davvero inclusivo richiede cambiamenti strutturali in diversi ambiti politici e comunitari:
Riforme politiche: semplificare i protocolli di ricongiungimento familiare per mitigare il grave trauma psicologico causato da separazioni familiari che durano anni.
Sostegno scolastico istituzionale: creare programmi mirati di mediazione linguistica e culturale all’interno delle scuole per colmare il ‘divario linguistico-istituzionale’ che emargina i padri ricongiunti.
Assistenza mirata alla salute mentale: istituire strutture di consulenza specializzate per aiutare gli uomini migranti a elaborare l’isolamento cronico, la frammentazione dell’identità e il senso di colpa paterno.
Interventi rivolti ai giovani: introdurre sistemi di supporto sociale e di salute mentale nei paesi di origine per assistere gli adolescenti rimasti a casa che si trovano ad affrontare un’adultizzazione precoce o un’intensa sorveglianza legata all’onore.
In definitiva, affrontare queste dinamiche significa confrontarsi direttamente con il principale dilemma umano al centro dei fenomeni migratori, come sintetizzato da uno dei partecipanti: “Sono partito per costruire il loro futuro, ma se nel mentre li stessi perdendo?”